Roberto Mancini, la storia del poliziotto che scoperchiò la Terra dei Fuochi

fiorello14/02/2016 – Beppe Fiorello, «Interpretando Mancini ho capito i veri eroi d’Italia» . L’attore ieri sera sul palco ha presentato al Fiction di Rai1 “Io non mi arrendo” sull’ispettore che portò alla luce la terra dei fuochi e poi morì di tumore.
Quando mi hanno raccontato la storia di Roberto Mancini, il poliziotto morto due anni fa dopo una lunga malattia, ho capito una volta di più che gli eroi di questo Paese sono uomini normali, ma disposti a battersi fino all’estremo in nome della società civile. Con la sua meravigliosa ostinazione, Mancini portò alla luce la tragedia della «terra dei fuochi». Indagando su una piccola banca del centro Italia, scoprì un’abnorme attività legata alla compravendita di terreni in Campania, lì dove venivano sversate impressionanti quantità di rifiuti tossici. E non si trattava di nascondere caramelle sotto un divano: interi Tir carichi di materiale estremamente nocivo viaggiavano per le nostre autostrade fino a destinazione, e in molti casi venivano direttamente seppelliti, senza che neppure fossero scaricati, in queste gigantesche fosse. Com’è stato possibile, mi chiedo, che nessuno si fosse accorto di questi traffici? Cosa raccontavano agli abitanti di quei paesi dove oggi non c’è famiglia senza un morto da piangere o un malato di tumore in casa? Ma vado oltre: questa vicenda dimostra che non c’è limite alla follia autodistruttiva dell’uomo, perché molti dei politici coinvolti e dei camorristi che gestivano la speculazione sono finiti anche loro al cimitero. Mancini capì per primo quanto fosse vasta la rete di connivenze attorno a questa devastante realtà, e lavorò con passione e coscienza per portare avanti le indagini prima che fosse troppo tardi.

Perché quei veleni, che lui era andato a scavare con le proprie mani, lo avrebbero presto o tardi ucciso, e lui se ne rendeva conto. C’era sempre qualcuno che rallentasse la sua azione, qualcuno votato all’insabbiamento delle prove, o a mettergli i bastoni fra le ruote. Così, mi sento onorato nell’interpretare la sua figura nella fiction che Raiuno manderà in onda domani e martedì in prima serata: «Io non mi arrendo» non è la biografia di un ostinato uomo di legge, ma è la storia di noi tutti. Non possiamo dimenticare che l’orrore dei rifiuti tossici coinvolgeva un mercato ortofrutticolo della zona, tra i più importanti d’Italia. Che secondo gli inquirenti gli eterni ritardi nel completamento della Salerno-Reggio siano dovuti proprio all’interramento di questo materiale lungo l’autostrada. E che l’Italia è piena di altre «terre dei fuochi»per esempio al Nord-Est.
Mancini aveva un cruccio: «Spero che tra vent’anni», diceva allora «a bonificare quelle terre martoriate possano essere gli stessi che sversarono i veleni». E oggi, come sappiamo, c’è la partita degli ingenti fondi Ue. Però non vorrei che questa vicenda raccontata nella fiction sia percepita come luttuosa: Roberto era un uomo spiritoso e brillante anche nei momenti più tragici. Sua moglie Monika, coinvolta in una sceneggiatura totalmente aderente alla realtà, mi ha fatto un gran complimento sul set, quando recitavo una scena drammatica di suo marito alle prese con la chemioterapia. Con gli occhi lucidi mi ha detto: «Ecco, ora potrei innamorarmi di nuovo». Del suo Roberto. – Beppe FIORELLO

Nel libro scritto a quattro mani da Luca Ferrari e Nello Trocchia il racconto della figura dell’investigatore di polizia morto di tumore il 30 aprile 2015, dopo aver indagato per anni sui traffici dei rifiuti che hanno avvelenato quel lembo di terra campano che va dal Garigliano al Vesuvio. Lo sfogo del collega: “L’inchiesta sepolta senza ritegno nei cassetti”

mancini-199x300Pubblichiamo un estratto dal libro “Io, morto per dovere” , in uscita l’11 febbraio, scritto da Luca Ferrari e Nello Trocchia per ricordare la figura di Roberto Mancini, investigatore di polizia, morto di tumore dopo aver indagato per anni sui traffici dei rifiuti che hanno avvelenato la cosiddetta “Terra dei fuochi”.

Il processo, iniziato nel 2011, è ancora in corso. Il principale imputato è Cipriano Chianese, “l’inventore dell’ecomafia”. Le persone che, secondo la magistratura di Napoli, compongono l’organigramma criminale che ha devastato diverse aree della Campania non hanno ancora pagato il conto con la giustizia. Eppure, quasi vent’anni fa, Roberto Mancini, agente della Criminalpol, depositava al riguardo una dettagliata informativa alla Procura della Repubblica partenopea. Nella premessa si legge l’oggetto di un lavoro durato tre anni: “Spiegare come camorristi, imprenditori ‘ecomafiosi’, usurai, banchieri, bancari e professionisti della finanza possano concorrere, da luoghi e con tempi e ruoli diversi, alla realizzazione di un progetto unico dagli effetti letali per il sistema economico nazionale e per l’ambiente”. (…)

Siamo nei primi anni Novanta. Il gruppo di Mancini alla Criminalpol è una sottosezione della terza squadra. Quei ragazzi si sono messi in testa di indagare sulla spazzatura. Il livello di attenzione sul tema da parte delle forze di polizia e della magistratura, tranne qualche eccezione, è praticamente nullo.

Anche a casa Roberto avverte una certa diffidenza su quanto sta portando avanti. “Ma come si fa a indagare sulla monnezza? Quelli sono rifiuti, mica soldi” gli ripete spesso incredula mamma Giovanna. Saranno proprio quella distrazione generale e l’assenza di leggi adeguate che consentiranno a una cricca imprenditoriale di costruire castelli dorati, mettere in atto pratiche illegali e devastare immense aree del nostro paese – non solo della Campania – in combutta con le organizzazioni criminali che garantivano controllo territoriale e un intervento manu militari all’occorrenza.

I boss in cambio incassavano la percentuale sui chili smaltiti. La squadra di Roberto lavora su quel business quando tutti intorno pensano che non sia una priorità, nonostante poco prima, nel 1992, il boss pentito Nunzio Perrella avesse aperto gli occhi agli inquirenti con una frase choc: “La monnezza è oro, dotto’, e la politica è una monnezza”. Perrella sarà il primo a raccontare l’affare dei rifiuti e le sue parole finiranno nel procedimento Adelphi: decine di arresti nel 1993, che si ridurranno in seguito a un insieme di assoluzioni, prescrizioni e qualche lieve condanna.

Roberto ha una squadra di pochi uomini, meno di una decina. “Noi non esistevamo, eravamo ectoplasmi, ma abbiamo messo l’anima in quella indagine” racconta uno di quei ragazzi, oggi ancora in polizia, che preferisce la riservatezza per ragioni di servizio. “Roberto ha pagato con la vita, un altro di noi è morto di leucemia, altri due si sono ammalati. Metà del gruppo ha riportato sulla propria pelle le conseguenze di quell’inchiesta sepolta senza ritegno nei cassetti. Per noi è stato uno schianto, un risveglio amaro saperne l’esito”.

La loro squadra è la più scalmanata e la meno considerata. A guidarla c’è un cane sciolto, un sindacalista. Roberto, infatti, ha sempre avuto un rapporto particolare con i vertici della Criminalpol. Quando si indiavolava con loro ripeteva con una punta di ironia: “Gesù Cristo ha sbagliato su due cose: le mosche e i funzionari. Due cose inutili”. (…)

Roberto ha dato tutto per quel dossier. “L’ho incontrato pochi giorni prima che morisse” racconta con le lacrime agli occhi un altro collaboratore del tempo. “Sapeva che non ce l’avrebbe fatta. Mi disse che avrebbe voluto altro tempo per consegnare alla giustizia tutti i responsabili della mattanza. Ripeteva che persone complici erano rimaste impunite e questo non poteva sopportarlo”. In quell’occasione l’amico poliziotto gli dice di pensare piuttosto alla salute (…). Roberto, ormai a un passo dalla morte, reagisce come sempre, arrabbiandosi: “Ma che ti stai ad amalgama’? Non è finito un cazzo”.

Da Il Fatto Quotidiano del 10/02/2016

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