Torino, nell’indagine sulla banda dell’oro spunta Banca Etruria

vitaliziz25/02/2017 – LA «BANDA dell’oro» torinese — undici persone arrestate dalla Guardia di finanza il giorno di San Valentino con l’accusa di aver riciclato quintali di gioielli rubati fondendo il metallo prezioso e rivendendolo traverso una fittizia triangolazione con l’Ungheria — trattava direttamente con gli uomini della Banca Etruria, soprannominata “Banca dell’oro” perché magazzino dell’oro più grande dopo Bankitalia. La banca è pure principale cliente dell’organizzazione criminale attraverso una società di Arezzo controllata, la Oro trading italia spa. Il tramite era Francesco Angioli, che nella vicenda ricopre sempre il ruolo di intermediario tra i clienti e i principali indagati, Gianluca Cianco, Lucio Miglioranza e Luigi Mottola, accusati di comprare l’oro rubato e, per “ripulirlo”, di fonderlo rimettendolo in commercio dall’Ungheria (ma solo formalmente) attraverso Impex Ungheria.
Una montagna d’oro in meno di un anno tra il 2015 e il 2016: 800 chili che sono stati trasformati da anellini e collanine rubate in verghe aurifere custidite nei caveau della Banca della città di Arezzo, oltre a quelli di Sicam e Italpreziosi, altre due aziende leader del settore.

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Racconta di questi contatti il giudice, Elena Rocci, nell’ordinanza di custodia cautelare: “Mentre si trova all’interno della Gianluca Ciancio Srl (la società che si fa carico di acquistare e fondere l’oro, ndr), Angioli Francesco contatta la Oro Italia trading spa, al fine di parlare con Bernardini Francesco, responsabile del comparto oro di Banca Etruria”. È il 2 marzo 2016. La banda dell’oro sta cercando di accorciare i passaggi del riciclaggio per fare sempre più affari e incrementare i profitti. Deve convincere Ora Italia Trading che le spedizioni delle verghe aurifere partono da Torino e non dall’Ungheria, perché a Torino, alla Ciancio srl, il materiale viene “testato”. Mentre del trasporto nel primo tragitto dall’Ungheria all’Italia si fa carico personalmente Luigi Mottola. In realtà l’oro non si è mai mosso da Torino e la triangolazione è solamente fittizia. “Dalle conversazioni — scrive il gip — la prima delle quali avviene con Frati Paolo, dipendente di Oro Italia Trading spa, si desume l’ulteriore modalità operativa adottanda, che vede nuovamente, quale destinatario finale del metallo aurifero raccolto, la Oro Italia Trading”. Angioli telefona in azienda e chiede di parlare con Frati: «Ascoltami io avrei bisogno di parlare con Francesco Bernardini» dice. Frati: «Aspetta un attimo perché è di là». Angioli: “Va beh comunque io così almeno lo accenno anche a te, tanto sicuramente qualcosa poi tanto richiede anche a te.

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Allora, io stamani mattina mi sto vedendo con Impex Ungheria”. Frati: «sì». Angioli: “Allora lui ha una necessità… consegna alla Securpol a Torino, perché c’ha un collaboratore di Torino, porta a fare delle analisi sul prodotto da un nostro vecchio cliente che è Gianluca Ciancio”. Questo passaggio è importante perché i documenti che accompagnano la merce testimoniano la reale provenienza dell’oro. Ed è necessario confezionare per ogni consegna un viaggio che le verghe aurifere in realtà non faranno mai. Pochi minuti dopo, Angioli parla finalmente con Bernardini. Gli dice che lo saluta Mottola e poi gli riassume la nuova organizzazione per il trasporto. Bernardini: “Sì, vabbè, insomma a ‘sto punto però sembra che siamo arrivati in fondo no?” Angioli: “Sì sì, siamo arrivati in fondo, se vengono qui da Ciancio a ritirarli, il pacco, non ci sono problemi. Ecco, insomma”. Bernardini: “Perfetto!”.

“La procedura adottata — scrive il gip — consente di concludere, in maniera sistematica, un’operazione commerciale a settimana con un incremento delle compravendite”. E in una conversazione successiva Angioli e Bernardini se ne compiacciono. Inoltre: Bernardini si lamenta del calo di produzione della Ermete, società schermo nel riciclaggio e dice: “Il cretino ha rallentato…». Per ora, nell’inchiesta del Nucleo di polizia tributaria coordinata dai pm, Valerio Longi e Roberto Sparagna, non emerge alcun coinvolgimento attivo degli uomini di Banca Etruria negli affari della banda. Nulla farebbe pensare che Bernardini sapesse della provenienza illecita dell’oro. – FONTE

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