Caso Consip. L’editoriale odierno di Travaglio che farà incazzare Renzi e PD

18/06/2017 – Dalla vigilia di Natale, cioè dallo scoop di Marco Lillo sull’inchiesta Consip, attendevamo questo momento. Chiedevamo al governo di scegliere da che parte stare: da quella dell’ad renziano di Consip Luigi Marroni, che accusa il ministro renziano Lotti, i generali renziani Del Sette e Saltalamacchia di avere spifferato notizie segrete sull’indagine e le intercettazioni di Napoli; e il padre di Renzi e il suo mediatore-faccendiere Carlo Russo di averlo ricattato per pilotare appalti verso imprenditori amici (come Romeo) e amici degli amici (cioè del giro di Verdini).
Se il governo riteneva Marroni un calunniatore, doveva rimuoverlo all’istante dal vertice della società del Tesoro e lasciare ai loro posti il ministro e i due generali. Se viceversa il governo riteneva che Marroni dice cose vere, doveva lasciarlo al suo posto e rimuovere Lotti, Del Sette e Saltalamacchia. Tenendo ben presente che la magistratura – a cui governo e Pd hanno sempre ribadito “massima fiducia” (almeno in quella romana) – aveva indagato Lotti, Del Sette e Saltalamacchia, ma non Marroni, semplice testimone e non sospettato di alcun reato. L’unica cosa da non fare, in nome del principio di non contraddizione, era di salvare tutti, accusatore e accusati: così infatti avremmo certamente avuto qualche delinquente in delicatissime funzioni pubbliche (i possibili favoreggiatori Lotti, Del Sette e Saltalamacchia, o l’eventuale calunniatore Marroni). Eppure finora il governo ha fatto proprio questo.



Poi l’altro giorno la Procura di Roma ha riascoltato Marroni, già sentito sei mesi fa dal Noe e dai pm di Napoli. E Marroni, dopo aver rifiutato di ritrattare le sue accuse davanti agli avvocati di Tiziano Renzi, le ha confermate (almeno secondo l’Ansa).
Subito dopo, come tarantolato, il Pd è uscito da sei mesi di letargo e ha vergato in fretta e furia una mozione che impegna il governo a cacciarlo da Consip e ieri ha fatto dimettere tutto il Cda per farlo decadere. Cioè: mandano via il testimone dello scandalo per tenersi gli inquisiti. Il messaggio è quello tipico della mafia: chi collabora con la giustizia senza riguardi per gli amici è un traditore da punire; chi invece è indagato per le soffiate e i favoreggiamenti a chi voleva truccare l’appalto più grande d’Europa, è un giglio di campo da premiare.
Si dirà: Renzi&C. avranno almeno le prove che Marroni s’è inventato le accuse a Lotti, Del Sette, Saltalamacchia, babbo Tiziano e Russo; e i cinque accusati l’avranno querelato per calunnia. Invece niente querele e nessun accenno a calunnie nella mozione Pd. Perché allora lo mettono alla porta?

Tenetevi forte, perché qui si sfiora il capolavoro ed è giusto renderne onore agli otto firmatari: i senatori Zanda, Martini, Lepri, Maran, Maturani, Borioli, Marcucci e Mirabelli.
Premessa: “Dall’analisi dei dati del bilancio consuntivo relativo all’anno 2016 emergono dati positivi sull’operato della Consip con il sostanziale raggiungimento degli obiettivi prefissati”. Quindi non è per incapacità, scarso rendimento o risultati fallimentari che lo vogliono cacciare. Anzi. E perché allora?

1) “Sulla Consip pende un’inchiesta giudiziaria per accertare reati penalmente perseguibili che vedono coinvolti a vario titolo l’amministratore delegato e dirigenti della società”. E qui i Magnifici Otto mentono sapendo di mentire: i reati penalmente perseguibili non vedono coinvolto ad alcun titolo l’ad della società (Marroni è solo testimone), bensì il dirigente Gasparri, già arrestato (col suo presunto corruttore Romeo), reo confesso e cacciato; e, fuori da Consip, il quintetto Lotti, Del Sette, Saltalamacchia, Vannoni, Renzi sr. e Russo. Ma di loro, essendo indagati, la mozione Pd non parla.

2) “Da notizie sull’inchiesta giudiziaria… risulta che l’ad Consip avrebbe testimoniato alla magistratura di aver ricevuto esplicite richieste, da soggetti esterni alla società, finalizzate ad orientare gli esiti di importanti gare d’appalto indette dalla Consip… e non avrebbe provveduto a denunciare tempestivamente alla magistratura i fatti indirizzati ad alterare il corretto svolgimento delle gare e non avrebbe provveduto a revocare o sospendere le relative procedure d’appalto… venendo meno ai doveri di professionalità e ai criteri di onorabilità e correttezza richiesti ai manager di una società a totale partecipazione pubblica” e violando “il codice etico di Consip che prevede per amministratori e dirigenti di operare nei rapporti con i terzi con imparzialità, trasparenza e correttezza”. Questo è vero e, in un Paese serio, basta e avanza per rimuovere un dirigente pubblico per motivi non penali, ma etici e deontologici. Ma a una condizione: che il Pd precisi i “soggetti esterni alla società” che rivolsero a Marroni “esplicite richieste finalizzate ad orientare gli esiti di importanti gare d’appalto”. I loro nomi sono noti proprio grazie alla testimonianza di Marroni (e di nessun altro), oltreché alle intercettazioni del Noe e dei pm napoletani Carrano e Woodcock: Carlo Russo e Tiziano Renzi. Naturalmente Marroni potrebbe esserseli inventati. Nel qual caso, non ci sarebbe motivo di rimuoverlo per non aver denunciato pressioni inesistenti (e resterebbe da spiegare perché un mini-faccendiere di Scandicci e il padre dell’allora premier parlavano con l’ad di Consip; e perché Romeo incontrava Russo e poi metteva per iscritto di voler ripagare “T.” con 30 mila euro al mese e “C.R.” con 5 mila a bimestre).

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3) “A tali fatti si sarebbe poi aggiunta la rimozione dagli uffici dell’ad Consip della strumentazione utilizzata dagli inquirenti per le attività investigative… con conseguente condizionamento delle indagini in corso”. Altro fatto vero. Ma, prima di usarlo per cacciare Marroni, il Pd dovrebbe accompagnarlo con i nomi di chi avvertì il manager delle indagini e delle microspie e di chi beneficiò del condizionamento delle indagini. Anche quei nomi li conosciamo grazie alla testimonianza di Marroni, confermata dall’ex sindaco di Rignano Lorenzini e ritenuta attendibile dai pm di Napoli e Roma che hanno indagato Lotti, Del Sette e Saltalamacchia per la soffiata e babbo Renzi e Russo per traffico d’influenze. Se Marroni deve andarsene per avere ricevuto e poi svelato la soffiata, devono andarsene anche i quattro che l’hanno fatta. Quanto ai due beneficiari (babbo Tiziano e Carlo Russo), non ricoprono cariche pubbliche e dunque Pd e governo non possono far loro nulla: ma d’ora in poi Renzi&C. dovranno smettere di difenderli, se non considerarli politicamente responsabili, vista la fede assoluta nelle parole di Marroni. Se queste bastano a cacciare Marroni, devono bastare a cacciare o a giudicare colpevoli anche gli altri. O sono vere per tutti, o non lo sono per nessuno. Vie di mezzo non ne esistono.

Anzi, visti i ruoli che ricoprono, prima si devono cacciare i quattro autori della soffiata e solo poi si dovrà pensare a chi l’ha ricevuta. Se il ministro Lotti e i due generali dell’Arma ricevono notizie illecite su un’indagine segreta e non solo non denunciano il grave delitto in veste di pubblici ufficiali, ma lo aggravano trasmettendo la notizia al vertice Consip e contribuendo a rovinare l’inchiesta, come possono restare al governo e guidare i Carabinieri di tutt’Italia e della Toscana? Possibile che i doveri di “denunciare tempestivamente alla magistratura” e i “criteri di onorabilità, correttezza, imparzialità e trasparenza” siano richiesti solo all’ad di Consip e non a un ministro e a due comandanti della Benemerita?

Se, come scrivono Zanda & C., la permanenza di Marroni “delegittima gli attuali vertici e il management della Consip”, ne lede “l’immagine”e compromette il “rigoroso rispetto della legalità”, a maggior ragione la permanenza di Lotti, Del Sette e Saltalamacchia delegittima il governo Gentiloni e l’intera Arma, ne lede l’immagine e compromette il rigoroso rispetto della legalità. Quindi, alla luce dei nobili principi enunciati dalla mozione Pd (che finalmente taglia corto con i gargarismi renziani sul “tutti innocenti e inamovibili fino alla condanna in Cassazione”), prima si cacciano Lotti, Del Sette e Saltalamacchia, poi magari si passa a Marroni. Se sventuratamente dovesse accadere il contrario, saremmo autorizzati a sospettare che Marroni viene punito non per quel che ha fatto, ma per quel che ha detto: cioè per non aver ritrattato le accuse ad amici e parenti di Renzi. E a domandarci che differenza passa fra la politica e la mafia. – FONTE

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