Mafia, a Taranto voto di scambio e appalti truccati: anche due sindaci fra i 27 arrestati

TARANTO 04/07/2017- – Mafia e politica insieme per fare impresa, far fruttare il ‘capitale mafioso’. Scambio di voti, denaro e favori, gare d’appalto truccate per guadagnare proventi e reinvestirli in bar, pizzerie e ristoranti. Con l’operazione ‘Impresa’ la polizia di Stato ha sgominato tre presunte frange della Sacra corona unita che operavano tra le province di Taranto e Brindisi infiltrandosi nella politica locale, nelle imprese e nella società civile. Ventisette le ordinanze di custodia cautelare: 20 in carcere e sette ai domiciliari. Arrestati anche cinque politici.

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Secondo la Procura distrettuale antimafia il clan, diretto da Antonio Campeggio (detto ‘Tonino scippatore’), Antonio Buccoliero (detto ‘Peppolino capone’) e Francesco D’Amore, non si occupava soltanto di spaccio di stupefacenti, estorsioni e riciclaggio di merce rubata: procurando voti in occasione delle amministrative di maggio 2013 a Manduria, puntava a ottenere appalti in lavori pubblici e servizi del 118. In carcere il sindaco di Avetrana, Antonio Minò, infermiere professionale ed ex presidente dell’associazione ‘Avetrana soccorso’. Il primo cittadino è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito assunzioni al 118 imposte dal clan.

Accusato di associazione mafiosa è finito in carcere anche un ex assessore comunale allo Sport di Manduria, Massimiliano Rossano: per l’accusa avrebbe anche ricevuto una tangente per i lavori alla pista di pattinaggio. Ai domiciliari Nicola Dimonopoli, medico ed ex consigliere comunale di Manduria, che si era dimesso poco prima dell’arresto. Secondo l’accusa il medico ha stretto un patto di scambio politico-mafioso rivolgendosi al clan prima per ottenere voti alle amministrative del 2013 e poi per minacciare gli altri consiglieri e convincerli a eleggerlo presidente del consiglio comunale.

In cambio avrebbe garantito denaro e prestazioni mediche (una prognosi gonfiata in occasione di un sinistro stradale). Ai domiciliari sono finiti anche il sindaco di Erchie, Giuseppe Margheriti, e l’ex vicesindaco Domenico Margheriti, entrambi accusati di corruzione aggravata per una tangente da 80mila euro ricevuta per favorire un appalto da un milione di euro per lavori nella zona industriale. Il sindaco Margheriti è inoltre accusato di aver mandato segnalazioni false alla Regione ed emesso un’ordinanza per bloccare un cantiere eolico in cambio della promessa di una percentuale sul subappalto che una ditta vicina al clan voleva ottenere per i lavori di movimento terra nel cantiere.

“In questa inchiesta si assiste a una inversione di tendenza – spiega il questore di Taranto, Stanislao Schimera – perché sono i pubblici amministratori a rivolgersi ai mafiosi e chiedere aiuto e voti per poi fare il loro gioco”. Le tre frange mafiose operavano tra Manduria, San Giorgio e Sava, nel versante orientale del Tarantino. Grazie a intestazioni fittizie, secondo l’accusa il clan è riuscito anche a vincere gare d’appalto per il servizio di 118 in diversi comuni, reinvestendo circa 150mila euro di fondi pubblici in bar e ristoranti.



Numerosi, infine, gli episodi di estorsione. Tra queste quella a un cantiere da 10 milioni di euro che lavorava alla rete di acqua potabile per Leporano e Pulsano e quella tentata ai danni degli organizzatori della Fiera Pessima di Manduria, nel 2010, costretti a versare una tangente da 30mila euro per ‘accontentare le famiglie’. Nell’inchiesta sono indagate complessivamente 60 persone. L’operazione di polizia ha impegnato 200 agenti, unità cinofile e un elicottero. fonte

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