Per gli immigrati serve il salario d’ingresso ridotto. Emma Bonino: “bisogno dare lavoro a 500mila immigrati”

02/09/2017 – Nell’intervista allucinante a Ominibus, La Bonino critica il vertice di Parigi perché non c’erano gli USA e i russi, critica l’accordo con la Libia e afferma che le parole del Ministro Minniti sulla paura tensioni sociali sul tema migranti sono state eccessive. Bisogna inoltre mettere in campo delle azioni politiche che vertano sulla parola integrazione.
Con una disoccupazione elevatissima, secondo l’amica di Soros, “per aumentare la natalità bisogna integrare i 500mila migranti giunti in Italia inserendoli nel mondo lavorativo”.




Lavoro ai migranti? Ecco di cosa si parla.

Per gli immigrati serve il salario d’ingresso ridotto
Alcuni fatti incontrovertibili: i migranti Subsahariani sono la maggior parte del totale che oggi giunge in Italia, pochi hanno diritto di asilo, sono prevalentemente privi di professionalità, non sanno l’italiano e soprattutto sono giovani. Noi abbiamo una alta disoccupazione giovanile (pur con livelli di istruzione di standard europeo), e una struttura produttiva anch’essa di standard europeo, che certo non richiede molto lavoro non qualificato. E l’evoluzione tecnologica è destinata ad accentuare questa tendenza (la jobless revolution di cui si avvertono già i segnali).
Solo il lavoro giustifica il patto sociale che integra la collettività, nessuno accetterebbe i molteplici dispositivi, fiscali e non, diretti a ridistribuire il reddito in una società composta da una quota di “disoccupati stabili”, per di più di provenienza straniera. Solo il lavoro dunque può essere il reale integratore sociale. L’alternativa è il parassitismo e la criminalità.

PROVIAMO ORA a rendere più concreto il quadro. Non si conosce la percentuale esatta dei migranti aventi diritto d’asilo, anche per la presenza della categoria dei “permessi provvisori per motivi umanitari”, di non chiarissima definizione, e per i ritardi di chi ha firmato patti per identificarli (gli hot spot), poi non lo ha fatto contando tacitamente che proseguissero comunque per il nord, finché gli altri Paesi, infuriati, hanno chiuso i confini. La stima che si può tentare è che gli aventi diritto non superino il 30% del totale (aventi diritto come rifugiati o per ragioni assimilabili 15%, permessi provvisori per ragioni umanitarie 25%, di cui assumiamo che un totale del 15% sia rinnovato sine die). Per questi forse si riesce, senza costi proibitivi, a fare programmi pubblici “alla tedesca” di integrazione graduale nel mercato del lavoro (istruzione, alloggio, un reddito minimo di integrazione, e soprattutto con lavori so- cialmente utili). Ma se si può respingere solo una minoranza di quel 70% già sbarcato (o che ancora sbarcherà) che non ha diritto, occorre fare in modo che anche questi “non aventi diritto” possano realisticamente lavorare, non in base a chiacchiere da bar.

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Questo non è sicuramente compatibile con il costo del lavoro unskilled attuale, né può pensarci lo Stato a costi dati, visto che si deve occupare prioritariamente degli “aventi diritto” (anche perché sembra giusto distinguere la protezione di chi ha diritto d’asilo e chi non lo ha). L’ipotesi su un “reddito di cittadinanza”, in sé da approfondire, non media nei paesi d’origine. Cioè raddoppiamo il loro benessere reale. Oggi il reddito medio PPP si colloca intorno ai 6.000 $/anno contro i 36.000 $ italiani, secondo la Banca Mondiale, quindi proporzionalmente meno per il lavoro unskilled, ma qui occorre semplificare.
Il costo totale del loro lavoro in Italia dovrebbe ammontare a 12.000 $ annui, corrispondenti a 1.000 $/mese lordi, che di cui solo il 30% dovrebbe andare a coprire garanzie sociali minime (e non il 50% di un italiano).
Quindi l’ordine di grandezza del salario netto mensile sarebbe di 700 $, pari a circa 4 $ all’ora per 8 ore al giorno, purtroppo non molto lontano né dalla realtà del lavoro irregolare in agricoltura controllato dal caporalato, né dal costo medio giornaliero per lo Stato di un migrante avente diritto. Per avere altri ordini di grandezza di riferimento, oggi il reddito medio di un lavoratore regolare in Italia è invece di circa sei volte maggiore (sempre a parità di potere d’acquisto), non di due volte, di quello dei Paesi di provenienza dei migranti subsahariani, e questa è ovviamente anche la spiegazione per cui affrontano costi elevati, rischi mortali e condizioni atroci per il viaggio verso l’Europa.
NATURALMENTE soluzioni di questo tipo accentuerebbero drammaticamente non solo la diseguaglianza dei redditi e segmenterebbero lo stesso mondo del lavoro, comprimendo ulteriormente verso il basso i salari dei lavoratori unskilled italiani, ma creerebbero anche pesanti differenze nei livelli di protezione sociale garantiti ai cittadini. Un quadro orribile ma, come per la democrazia e il capitalismo, occorre chiedersi: quali sono le reali alternative? Questi sarebbero certo veri “proletari marxiani”, ma lavorerebbero. E non si può dimenticare che, sempre ed ovunque, è il sottoproletariato che delinque: non ha nulla da perdere. Salvini aspetta questi sottoproletari per creare un Paese di polizia. – Fonte

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