L’esercito da 400 milioni di dollari per fermare l’immigrazione dall’Africa

31/10/2017 – Si dice da sempre che la tratta dei migranti che dall’Africa subsahariana arriva alle coste europee deve essere fermata non sui litorali mediterranei, ma prima ancora che essa possa prendere forma. È in Sahel, nella fascia dove passa il futuro dell’Africa e forse anche dell’Europa, che va combattuta la guerra contro il nuovo mercato degli schiavi e contro il terrorismo islamico, che si rinforza e vive anche grazie ai fiumi di denaro che scorrono insieme alla marea umana che vuole provare a raggiungere l’Europa.

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Gli Stati africani che fanno parte del G-5 del Sahel, ovvero Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad sembrano intenzionati a far proprio questo progetto attraverso un piano che attende l’approvazione delle Nazioni Unite: un esercito di 5mila uomini composto da membri delle forze dei rispettivi Paesi il cui scopo sarà quello di fermare il traffico di migranti e di droga che dal Sahel arriva in Libia. Una prima fase della campagna militare avrà come oggetto il controllo dei confini degli Stati impiegati nella missione. Una seconda fase invece porterà anche ad aiuti umanitari e il consolidamento delle istituzioni dell’area, trasformandosi in una forza di peacekeeping.

La missione, secondo il piano previsto dagli Stati africani, avrà un costo di 400 milioni di dollari soltanto nel primo anno e sarà operativa dalla primavera del 2018. L’iniziativa non solo è ben vista dall’Europa, ma è anche finanziata e sponsorizzata. La Francia, quale ex potenza coloniale con un peso politico non indifferente nella regione, ha già stanziato quasi 10 milioni di dollari e l’Unione europea ne verserà altri 50. L’Italia è in prima linea affinché il progetto vada in porto, anche perché si tratterebbe di fermare in via principale il flusso di uomini che giungono poi nelle mani dei trafficanti libici. Ogni Stato del G-5 Sahel verserà 10 milioni di euro. Mancano all’appello ancora parecchie centinaia di milioni, che si spera possano arrivare in parte dalle Nazioni Unite e in parte da altri Stati donatori. In molti sperano negli Stati Uniti, impegnati da tempo nella regione, ma devono fare i conti con la dottrina Trump, assai restia ad accordi multilaterali e ben più interessata a continuare una politica fondata sul bilateralismo e senza troppo impegno esterno da parte del Pentagono. A questo si aggiunge poi lo scetticismo nei confronti dell’Onu da parte della nuova amministrazione americana. Uno scetticismo non infondato, dal momento che i caschi blu sono già presenti in uno di questi Paesi, il Mali, con la missione Minusma, investendo centinaia di milioni di dollari.



In questo ambito, l’aiuto può arrivare dalla Francia. Il presidente Macron da mesi spera che gli Stati Uniti s’impegnino di più sul fronte africano, sia in termini militari sia in termini economici. La Francia è attiva nell’area del Sahel dal primo agosto del 2014, nell’ambito dell’operazione Barkhane, con migliaia di uomini delle forze armate schierati per contrastare il terrorismo islamico e per tutelare gli interessi economici e politici del Paese. E a sua volta questa missione è l’erede di altre due campagne francesi: l’operazione Serval, in Mali, e l’operazione Épervier, in Ciad, quest’ultima iniziata nel lontano 1986. Macron e il ministro Le Drian sperano di convincere Trump e hanno già ricevuto l’appoggio del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha parlato a tutti gli Stati, anche agli Usa, dei rischi che corre l’intero pianeta se non si ferma la crisi che sta investendo la regione africana, sia per l’enorme tratta di migranti, sia per l’esplodere del terrorismo islamico. Parigi è fortemente interessata alla buona riuscita di questa iniziativa, soprattutto perché, come ricorda Francesco Semprini per La Stampa, riuscirebbe a ritirare nel breve termine le proprie truppe presenti sul territorio garantendo che forze amiche, come quelle degli Stati africani del G-5, controllino i confini e le regioni dove gli interessi francesi sono più forti.

Se confermata dall’Onu, la missione potrebbe avere importanti ripercussioni nel futuro del continente africano ma anche dei rapporti fra Africa ed Europa. Il Sahel è la centrale da cui partono le grandi rotte migratorie che portano i migranti verso le coste del Mediterraneo. Sono rotte disumane, controllate da trafficanti di uomini, jihadisti e bande criminali legate al traffico non solo degli esseri umani, ma anche di armi e di droga.


Riuscire a stroncare queste rotte e con esse anche le migliaia di morti che riempiono le strade attraverso cui passa questo fiume umano, significa fermare l’afflusso di denaro nelle mani di terroristi, gruppi criminali, governi collusi e anche mafie europee interessate all’arrivo di queste migliaia e migliaia di persone. Non sarà un’impresa facile: gli interessi sono enormi. Ma il segnale è stato lanciato. Per fermare le rotte della disperazione non si può pensare di risolvere il problema accordandosi con ciò che è rimasto della Libia, bisogna trovare l’accordo con gli Stati da cui parte tutto quanto e dove il terrorismo islamico, legato in particolare ad Al Qaeda nel Maghreb, comincia ad assumere forme sempre più simili a quelle del Califfato che ha devastato Siria ed Iraq. – FONTE

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