“Il pollo che si credeva un’aquila”: editoriale di Marco Travaglio

07/12/2017 – Ora che evaporano pure i suoi due ultimi alleati Pisapia e Alfano, già peraltro ridotti allo stato gassoso, Renzi è riuscito definitivamente a dimostrare la scientificità del teorema di Carlo M. Cipolla. Quello che divideva gli esseri umani in quattro categorie: gli intelligenti, che avvantaggiano sia se stessi sia gli altri; gli sprovveduti, che danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri; i banditi, che danneggiano gli altri per avvantaggiare se stessi; e gli stupidi, che danneggiano sia gli altri sia se stessi. E lui, ovviamente, appartiene alla quarta categoria, cui fece ufficialmente domanda d’iscrizione un anno fa, dopo la disfatta referendaria.

1) Appena perso il referendum, il Genio di Rignano sull’Arno si rimangiò subito il solenne impegno di lasciare la politica e ritirarsi a vita privata: se l’avesse fatto, dedicandosi allo studio, all’autocritica e alla formazione di una classe dirigente, avrebbe persino potuto avere un futuro. Specie in quel campo di Agramante che è da sempre la sinistra italiana, capace solo di litigare, dividersi e scindersi in microrganismi sempre più invisibili. Bastava lasciar fare gli altri presunti leader che, tempo un paio d’anni, sarebbero riusciti a far dimenticare i suoi disastri, poi si sarebbero recati in pellegrinaggio a Pontassieve per implorarlo di tornare. Invece restò abbarbicato alla poltrona del Nazareno, con i bei risultati a tutti noti.

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2) Quando nacque il governo Gentiloni, Renzi pretese di infilarci i fedelissimi Lotti&Boschi per far la guardia al bidone. Il primo fu subito inquisito per le soffiate sull’inchiesta Consip. La seconda iniziò a impicciarsi in tutti i dossier, soprattutto bancari, aggravando l’olezzo di conflitto d’interessi etrusco.

3) Dopo avere sterminato tutti i possibili alleati del centrosinistra a colpi d’insulti e arroganza, e avere spinto a viva forza fuori dalla porta i bersaniani, in nome della presunta “vocazione maggioritaria” del Pd, mandò a picco una legge elettorale che premiava i partiti single come il suo: quella tedesca, pur riveduta e corrotta all’italiana con nominati e voto congiunto. E ne dettò una opposta, affidata per giunta a quel gran genio di Rosato: quella che premia le coalizioni. Il tutto per decimare il M5S e tornare fra le braccia di B., che l’aveva già fregato sulla riforma costituzionale e l’Italicum (prima firmati, poi rinnegati) e ora si appresta a gabbarlo un’altra volta. Del Rosatellum infatti l’unico beneficiario è B.: da solo vale poco o nulla, ma sommato agli alleati Salvini e Meloni, può vantare financo il primo posto sul podio.

4) La legge elettorale fatta platealmente apposta per fregare il primo partito italiano – i 5Stelle – ha ridato fiato e spazio a un movimento che a giugno era uscito con le ossa rotte dalle urne amministrative. Li ha issati in cima alla classifica in Sicilia e a Ostia. Li ha consacrati nell’immaginario collettivo come l’unico antidoto al ritorno di B., regalando loro il “voto utile” che aveva sempre favorito il Pd. E li ha resi appetibili alla sinistra riunita da Grasso per un’intesa post-voto contro l’orrenda prospettiva del Renzusconi, anzi del Berlusrenzi.



5) Per raccattare almeno una finta coalizione che eviti al Pd la triste corsa solitaria, Renzi ha millantato accordi con Prodi (che l’ha salutato), la Bonino (che l’ha sfanculato), Alfano (che s’è perso per strada il partito) e il Sor Tentenna Pisapia. Il quale già di suo non sa dove voleva andare. Ma poi, dopo le figuracce rimediate con i penultimatum su Alfano, sulla Sicilia, sullo Ius soli, sull’immigrazione, sul dialogo con Grasso e su qualsiasi cosa gli venisse in mente, ieri ha preferito fare ciò che i veri amici gli suggerivano da tempo: lasciar perdere. Requiem aeternam della coalizione di centrosinistra (anche di quella finta).

6) Sulle banche, il capolavoro. Renzi aveva annunciato la commissione parlamentare d’inchiesta nel dicembre 2015. L’avesse fatta subito, a quest’ora sarebbe chiusa e dimenticata. Invece il Rommel di Rignano ha traccheggiato per due anni, sbloccando la pratica solo due mesi fa, cioè a fine legislatura e in piena campagna elettorale. E l’ha usata per bombardare a freddo Bankitalia, facendo incazzare gli ignari Mattarella, Gentiloni, Padoan e soprattutto Visco. Che voleva lasciare e invece, grazie agli attacchi Pd, ha cambiato idea e s’è fatto riconfermare.


Poi Renzi ha usato l’audizione del pm Rossi per accollare a Visco pure il crac di Etruria (una delle poche colpe che non ha) e scagionare papà Boschi (“il procuratore ha spiegato che non c’è nessun profilo penale”), salvo poi scoprire che il primo non è indagato, il secondo sì. E ora il Pd fa catenaccio per scongiurare l’audizione più attesa e normale: quella dell’ex Ad di Unicredit Ghizzoni, indicato da De Bortoli come destinatario di una richiesta dell’allora ministra Boschi perché salvasse la banca del babbo. Completa il quadro la Boschi, che prima annuncia immediata querela a De Bortoli, poi dorme per 7 mesi lasciando scadere i termini, e ora minaccia una causa civile per danni proprio alla vigilia dell’auspicata audizione di Ghizzoni: così quello che all’inizio poteva sembrare un atto di forza, ora pare una prova di debolezza, e anche di intimidazione. Resta da capire se papà Boschi abbia informato la figlia della proroga delle indagini a suo carico per falso in prospetto; se la figlia abbia avvertito Renzi di non dire cazzate sull’estraneità del padre alle indagini; e se lui abbia dunque mentito a sua insaputa (e senza neppure fare una telefonata a babbo Boschi) o sapendo di farlo.
Anthony de Mello scrisse un libro su un’aquila che si credeva un pollo: ecco, Renzi è proprio il contrario. (pressreader.com) – di Marco Travaglio da Il Fatto Quotidiano del 7 Dicembre
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