Cassazione, in campagna elettorale promettere e non mantenere. Puoi insultare un politico? Non è diffamazione

10/01/2018 -Nel corso di una contestazione in pubblico, avvenuta nei confronti di un politico che non aveva mantenuto le promesse elettorali, hai proferito delle parole piuttosto forti nei suoi confronti. Hai detto di lui, davanti a molte persone, che è un falso e un bugiardo, gli hai dato anche del buffone. Avresti voluto dire che è un ladro e un corrotto, ma ti sei guardato bene dall’esprimere tali pareri, ritenendoli troppo “forti” e lesivi della sua dignità. Non vorresti passare dalla ragione al torto e farti un processo penale per diffamazione. Nonostante ciò, il destinatario di tali accuse ti ha querelato e ora vuole il risarcimento dei danni per le offese: ritiene che il tuo diritto di critica non si possa estendere a tanto. Dal lato tuo, fai rilevare che si tratta di espressioni che, per quanto astrattamente ingiuriose, rientrano nel normale dibattito politico e sono ormai entrate nel costume della gente. Chi dei due ha ragione? Si può insultare un politico? La questione è stata di recente affrontata da una interessante sentenza della Cassazione [1]. I giudici hanno tracciato il confine tra la diffamazione e il diritto di critica che, specie nell’ambito politico (sia che si tratti della politica statale che di quella locale), ha dei confini piuttosto ampi. Vediamo cosa è stato detto dal giudici supremi.

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Dire falso e bugiardo, finanche buffone, a un politico non è reato se i fatti a lui contestati sono veri. Sarà anche un tono sprezzante e forte, ma rientra nella normale critica. Non sussiste diffamazione anche in caso di critica aspra e pungente.

Sono invece sempre punibili le espressioni gratuite, nel senso di non necessarie all’esercizio del diritto, in quanto inutilmente volgari o umilianti o dileggianti. Ciò che, infatti, rileva e determina l’abuso del diritto non è la maggiore o minore aggressività dell’espressione o l’asprezza dei toni, ma la gratuità delle aggressioni non pertinenti ai temi apparentemente in discussione.

Diverso è, invece, usare l’appellativo ladro, che implica già una colpevolezza per un fatto determinato e certo e, se non accertato dalla magistratura con una sentenza definitiva, deve ritenersi diffamatorio (stante peraltro la presunzione di innocenza imposta dalla nostra Costituzione). Dire pertanto «Falso! Bugiardo! Ipocrita! Malvagio!» non integra il reato di diffamazione «purché le modalità espressive siano proporzionate» e i toni utilizzati «pur aspri e forti, non devono essere gravemente infamanti e gratuiti» ma «pertinenti al tema in discussione». «La critica, ancor più quella politica » ha per sua natura «carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica». Come a dire: non si può pensare che in una contestazione – specie contro un politico – si usino espressioni garbate, gentili ed educate.

Ma attenzione: le espressioni denigratorie sono lecite solo se collegate a specifici episodi di cui deve essere attestata la verità (si pensi a un candidato che, in sede di campagna elettorale, promette di non incassare determinate indennità e poi fa marcia indietro). Invece se le espressioni denigratorie sono generiche e non collegabili a specifici episodi si possono classificare come frasi gratuitamente ostili e, quindi, ingiuriose. Non è possibile legittimare l’attribuzione di una notizia obiettivamente falsa, e non solo inesatta o imprecisa [2].

Sempre secondo la Cassazione [3], un politico può dire a un altro che non è stato imparziale. Nell’ambito della critica politica, la dialettica propria della contesa porta a giustificare non solo l’uso di toni particolarmente duri ed aspri, ma anche eventuali attacchi tesi a screditare l’avversario, con il limite però dell’esclusione di frasi contumeliose, di false attribuzioni offensive, e di apprezzamenti apparentemente ironici o scherzosi, ma in realtà derisori o denigratori [4].

Spetta a chi insulta un politico dimostrare il fondamento delle proprie accuse e quindi la verità dei fatti [5].



Ed ancora, sempre la Cassazione ha detto che [6] la critica politica, essendo espressione di una valutazione personale, può non essere obbiettiva e può anche essere aspra e rappresentata in modo suggestivo, ma deve essere sempre espressa in modo continente, non deve trasformarsi in puro attacco personale e deve poggiare su un dato fattuale vero.

La Cassazione, in una nota sentenza [7] ha ritenuto che rientri nel diritto di critica dire nei confronti di un politico «è un Giuda», considerato che il diritto di critica si concreta nell’espressione di un giudizio o di un’opinione che, come tale, non può essere rigorosamente obiettiva ed, a maggior ragione, ciò vale in ambito politico in cui risulta preminente l’interesse generale al libero svolgimento della vita democratica. Nel caso di specie, l’epiteto traeva origine dall’intento di portare a conoscenza della stampa la scelta della parte civile di dissociarsi dalla linea ufficiale del gruppo di appartenenza votando contro la delibera da questo proposta, nonostante nella pre-riunione non avesse sollevato obiezioni di sorta.


Stesso discorso quando si dice a un polito «Sei un buffone!»: secondo la Cassazione non si tratta di una frase ingiuriosa [8] quando l’espressione, per il contesto nel quale è inserita e per le circostanze di tempo e di luogo nelle quali si colloca, non presenti il carattere di una gratuita aggressione alla persona, ma assuma il significato di una forte critica, speculare, per intensità, al livello di dissenso originato nell’ambito politico e nell’opinione pubblica dalla delicatezza dei problemi posti ed affrontati dalla persona offesa.

Resta quindi essenziale, per evitare la diffamazione, ancorare l’insulto a un fatto preciso e determinato, che sia anche vero. FONTE
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