Money transfer, la maxi inchiesta: dietro c’è l’ombra del terrorismo

15/01/2018 – Tra i beneficiari delle ingenti somme di denaro che dall’Italia arrivavano all’estero anche attraverso alcuni money transfer di Brescia e provincia potrebbero esserci esponenti legati al terrorismo internazionale. Un aspetto su cui cercherà di fare chiarezza un’altra inchiesta della Procura di Brescia che a breve potrebbe portare a ulteriori sviluppi.

Per il momento di certo c’è che mercoledì davanti al gip Alessandro D’Altilia si aprirà l’udienza preliminare nei confronti di 57 imputati, persone fisiche e società, accusate a vario titolo di avere raccolto in maniera illecita rimesse di denaro destinate a terzi soggetti senza rispettare la legge sull’antiriciclaggio. Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Brescia dal gennaio del 2009 alla primavera del 2012 attraverso diversi money transfer bresciani e nazionali sarebbe passata una somma che supera i 7,2 miliardi di euro con la quota di riciclato che sfonda i 3,5 miliardi di euro. Coinvolti oltre ai titolari stranieri di internet point e altre attività di città e provincia da cui partiva il denaro ci sono pure i rappresentanti legali di sette società che operano nel settore del trasferimento di denaro e alcuni loro responsabili dell’antiriciclaggio.

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Solo una delle società coinvolte (sede legale nel Regno Unito e domicilio fiscale a Roma) avrebbe trasferito più di 3 miliardi di euro in oltre 2,5 milioni di operazioni ,un milione e mezzo delle quali illecite, per una somma “riciclata” che supera i 2,3 miliardi di euro. Una montagna di passaggi di denaro operazioni che avrebbero garantito alle società che raccoglievano le commesse proventi illeciti per quasi 400milioni di euro. A fare partire l’indagine della Procura di Brescia chiusa nel maggio di due anni fa la segnalazione dei carabinieri che nella loro attività di contrasto all’immigrazione clandestina avevano osservato come soprattutto nel centro storico di Brescia avessero sede decine di money transfer collocati anche in attività, parrucchieri o negozi di alimentari gestiti da stranieri ad esempio, che poco avevano a che fare con il settore delle transazioni finanziarie ma che invece avevano per le mani grandi somme di denaro che arrivavano da spaccio, prostituzione e «sospette aderenze con la sfera legata al terrorismo di matrice islamica».

Nell’inchiesta della sono così finite una ventina di attività sparse tra il capoluogo e la provincia (Desenzano, Lonato e Sarezzo) dove titolari e dipendenti eseguivano le operazioni di trasferimento senza indicare le generalità di chi sui rivolgeva a loro (venivano utilizzati talvolta codici fiscali e identità fittizie) e senza essere iscritti nell’albo degli agenti in attività finanziaria. Migliaia le operazioni irregolari per un controvalore che supera gli 8 milioni di euro. Tra gli indagati c’è anche il responsabile dell’agenzia Madina Trading di corso Garibaldi a Brescia l’attività dove sarebbero stati attivati i telefoni cellulari utilizzati nell’attentato di Mumbai del 2008 e partiti soldi per finanziare attentati in India.



Uno dei più grandi danni fatti al tessuto sociale italiano sono state le famigerate liberalizzazioni di Bersani durante i governi PD, che hanno di fatto dato il via libera alla diffusione sul territorio di migliaia di covi di attività commerciali più o meno lecita ma comunque sempre dannose gestite da immigrati. Che, tra le altre cose, oltre ad infestare i nostri quartieri e renderli sempre più invivibili trasformandoli in territori stranieri, servono per veicolare soldi al terrorismo islamico.


Parliamo di miliardi di euro che escono illegalmente dall’Italia. Roba che fa impallidire le finanziarie. L’immigrazione ci sta impoverendo, drena denaro dall’attività economica. Lo fa ufficialmente, con le rimesse registrate e illegalmente. E poi ‘boom’. FONTE
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