“Rimborsopoli”? L’ennesimo regalo ai Cinque Stelle che farà vincere davvero Di Maio. L’analisi perfetta del quotidiano Linkiesta

13/02/2018 – A prima vista, il trucco escogitato dai parlamentari del Movimento Cinque Stelle per non versare parte del loro stipendio al fondo di microcredito del Ministero dello Sviluppo Economico, così come da regolamento del Movimento Cinque Stelle, fa quasi tenerezza: faccio il bonifico, mostro copia del versamento sul sacro blog e poi revoco il bonifico. Una truffa alla Totò e Peppino, espediente straitaliano per il Movimento straitaliano per eccellenza (il copyright è di Michele Boldrin). E il tutto per qualche decina di migliaia di euro a testa in cinque anni. E per un totale di circa 1 milione di euro rimasti incollati alle tasche di deputati, eurodeputati e consiglieri regionali su 25 milioni effettivamente versati per il sostegno alle piccole e micro imprese.

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Boh, davvero. Se questo è l’argomento definitivo che dovrebbe dimostrare l’inconsistenza e l’incoerenza del Movimento Cinque Stelle, cominciate a portare le valigie di Di Maio a Palazzo Chigi. Perché qui c’è solo la taccagneria di quattro peones, che peraltro hanno seguito l’ottimo esempio della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato e attuale leader di Liberi e Uguali Piero Grasso, che eletto dal Partito Democratico non ha mai ritornato alle casse del Nazareno il contributo all’elezione di 82mila euro che avrebbe dovuto restituire. Così come, del resto, pare non abbiano fatto molti deputati di Forza Italia.

Tutto qua. Cosa ci sia da sbattere in prima pagina, se non creare l’ennesimo, inconsistente, polverone attorno a un Movimento che andrebbe attaccato semmai nel merito dei programmi, francamente opinabili, non si capisce proprio. Con ordine. Primo: non c’è corruzione, né malversazione. Anzi, a dirla tutta, non c’è alcun reato. Quindi, non si capisce perché tirare in ballo Mario Chiesa, come ha fatto Matteo Renzi a Otto e Mezzo. Secondo: quei soldi, mai versati, sono un problema tra i parlamentari “mele marce” e i Cinque Stelle, senza alcun aggravio di costi pubblici. Chiamarla rimborsopoli, come quella che coinvolse i consiglieri di diverse regioni qualche anno fa – quelle delle mutante verdi di Roberto Cota, poi assolto perché il fatto non sussisteva – è fuorviante e malizioso.



Terzo, più importante: perché attaccare il Movimento Cinque Stelle sul suo terreno – quello dei costi della politica – è il più grande regalo che si può fare a Di Maio e soci. Perché nel tentativo di coglierli in fallo, finisce per portare la discussione pubblica sul terreno in cui sono più forti e di dar loro implicitamente ragione. Un po’ come se si accusasse la Lega di essere troppo docile nei confronti dei migranti. Scommettiamo? Tempo un paio di giorni e la gente non si chiederà più perché il Movimento Cinque Stelle ha versato al fondo per le piccole imprese 25 milioni anziché 26. Si chiederà perché il Movimento ne ha versati 25 e gli altri zero. E a quel punto il “capolavoro” sarà completo. – FONTE


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