“Un giorno, una legge”: editoriale di Marco Travaglio del 28/04/2018

28/04/2018 – Le due Coree fanno la pace, i 5Stelle e il Pd vedremo. Intanto leggete bene questa frase: “È arrivato il momento di mettere mano al conflitto d’interessi e di dire che un politico non può essere proprietario di mezzi di informazione”. Venticinque anni fa, quando B. entrò in politica, la dicevano e la condividevano tutti. La sinistra, il centro e la destra. Infatti persino B., durante il suo primo governo, prometteva un giorno sì e l’altro pure di vendere le sue televisioni o almeno di affidarle a un blind trust (un fondo cieco) che le gestisse a sua insaputa. E, quando evocava il blind trust, Montanelli lo ribattezzava subito “blind truff” perché il fondo magari è cieco, ma il padrone e i dipendenti ci vedono benissimo.

Ora invece quella frase la pronuncia, nel glaciale silenzio generale, Luigi Di Maio. E si becca le reprimende financo da Repubblica e Messaggero. Oltreché, si capisce, gli anatemi di B. (“esproprio proletario anni 50”) e di tutti i giornali e le tv Mediaset che, mentre tentano di negarlo, confermano in stereo il mostruoso conflitto d’interessi. Sallusti, che non capisce più nemmeno l’italiano, scrive che il capo dei 5Stelle vorrebbe “mettere le mani su Mediaset, la Rai e il Giornale” con “avvertimenti mafiosi”. E si domanda dov’è lo scandalo se il suo house organ e i suoi “giornalisti liberi” (uahahahahah) “stanno dall’altra parte della barricata” e quindi linciano Salvini appena osa dissentire dal padrone.

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In questi casi non si sa mai chi non capisce e chi fa finta. Chi ci è e chi ci fa. La risposta è ovvia, elementare, banale e infatti è legge in tutte le democrazie del mondo (esclusa dunque l’Italia): chi fa politica non può possedere mezzi di informazione o di comunicazione, tantomeno se trasmettono su frequenze tv o radio in concessione dallo Stato. E il bello è che questo divieto è espressamente stabilito anche da noi, dall’articolo 10 comma 1 della legge n. 361 del 1957: non sono eleggibili “coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti… oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica”.

Fino al 1994 non si pose alcun caso e la legge restò inapplicata. Poi arrivò B., all’epoca titolare di tre tv in chiaro (Canale5, Rete4, Italia1) e azionista di due pay-tv (Tele+1 e Tele+2). La giunta per le elezioni, a maggioranza berlusconiana, avrebbe dovuto sbatterlo fuori dalla Camera appena eletto, invece ricorse a un cavillo da azzeccagarbugli e dichiarò ineleggibile Fedele Confalonieri, presidente della Fininvest, che naturalmente non era mai stato eletto né candidato.

Nel 1996 però le vinse l’Ulivo e un gruppo di intellettuali (Cimiotta, Galante Garrone, Sylos Labini, Camilleri, Flores d’Arcais, Fo, Rame, Hack, Spinelli) si appellarono al centrosinistra perché facesse rispettare la legge all’unico che l’aveva violata in 40 anni. Ma non ci fu verso. Anche il centrosinistra preferì calpestarla con quel ridicolo escamotage e inciuciare, in cambio di generose ospitate sulle reti Mediaset e di lauti favori editoriali dalla Mondadori (scippate nel ’90 da B. a De Benedetti con la famosa sentenza comprata) e chissà cos’altro. Pazienza se insigni giuristi come il presidente emerito della Consulta Ettore Gallo spiegava: “Ciò che conta è la concreta effettiva presenza dell’interesse privato e personale nei rapporti con lo Stato”, non gli incarichi ricoperti o meno in un gruppo televisivo. E tutto questo, intendiamoci, non c’entrava ancora nulla con il conflitto d’interessi, che è molto più vasto dell’ineleggibilità per i concessionari dello Stato: una legge seria sul conflitto d’interessi dovrebbe impedire l’elezione del titolare di qualunque attività privata in contrasto con il bene comune, onde evitare che l’eletto si ritrovi mai dinanzi all’imbarazzante scelta fra i suoi interessi e quelli della collettività.


Proprio quel che è accaduto per 25 anni: prima con il governo B. che varava il decreto salva-Rete 4 e la legge Gasparri per neutralizzare due sentenze della Consulta che correggevano con un limite antitrust la vergogna della legge Mammì (Mediaset doveva scendere da tre reti a due in chiaro e la terza spedirla sul satellite). E, per prenderci pure in giro, ogni tanto usciva dal Consiglio dei ministri mentre i suoi complici, dentro, eseguivano i suoi ordini. Del resto, per la legge-burla sul conflitto d’interessi, firmata nel 2002 da quello zuzzurellone di Franco Frattini, era tutto regolare: il “mero proprietario” non è mai in conflitto d’interessi. Il mero usciere, invece, eccome.

Nel 2015 Renzi&Boschi promisero solennemente di modificare la Frattini per punire severamente i conflitti d’interessi. Poi preferirono evitare, altrimenti la Boschi ci sarebbe cascata dentro con tutti e due i piedi, con le sue processioni tra Bankitalia, Unicredit e Consob per raccomandare l’Etruria vicepresieduta dal babbino suo. Intanto il Giglio Magico beneficiava dei conflitti d’interessi propri e altrui. Sempre omaggiato dalle reti Mediaset, che appoggiavano il Sì al referendum costituzionale anche quando il padrone B. si era convertito al No. Averne, di Renzi, a Palazzo Chigi, specie con i barbari alle porte. Ora che i barbari hanno vinto e hanno rotto le uova nel paniere renzusconiano, iniziano addirittura le epurazioni dei volti più noti del Biscione, sol perché sospettati di aver tirato la volata ai “populisti”: via Belpietro, Del Debbio e Giordano. Resiste Sallusti, che per salvare il posto deve fare ogni giorno lo slalom con la lingua per seguire le piroette e i tripli salti mortali carpiati del padrone: una vita d’inferno. Se anche il governo M5S-Pd durasse un solo giorno per fare la legge sul conflitto d’interessi, sarebbe già meglio di quelli dell’ultimo ventennio.
(di Marco Travaglio – il Fatto Quotidiano del 28-04-2018)
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