Guai ai vincitori, editoriale di Marco Travaglio del 29/04/2018

29/04/2018 – L’altra sera, a Otto e mezzo, mi è capitata una cosa tanto rara quanto inaspettata: ho imparato qualcosa da un politico. Nella fattispecie, dal presidente del Pd Matteo Orfini. Più lo sentivo parlare e più capivo perché l’unico governo possibile dopo il 4 marzo, quello fra 5Stelle e Pd (l’altro, quello 5Stelle-Lega, è impraticabile per l’indissolubilità del matrimonio fra B. & Salvini), probabilmente non nascerà mai. Almeno finché il Pd resterà quello che è: perché i suoi dirigenti non hanno ancora capito quel che è accaduto il 4 marzo, anzi non si sono neppure posti il problema. Da quattro anni perdono rovinosamente tutte le elezioni – circoscrizionali, comunali, regionali, referendarie e politiche – e non si domandano mai il perché. O, casomai se lo chiedano, si rispondono che non è colpa loro, ma degli elettori che hanno sbagliato a votare. Dunque vanno severamente puniti, nella speranza che capiscano la lezione e la volta successiva imparino a votare meglio. Il che naturalmente non accade, la qual cosa incattivisce ulteriormente i vertici del Pd che, sempre più asserragliati e isolati nel loro bunker, si rafforzano nell’idea balzana di avere ragione, allargando vieppiù il fossato che li separa dai barbari che non li capiscono, in un cupio dissolvi che non finirà mai.

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O meglio: finirà quando l’ultimo elettore cambierà partito o passerà a miglior vita. È proprio per evitare di estinguersi dopo un rovescio elettorale che, nelle democrazie vere, i partiti licenziano il leader sconfitto, lo sostituiscono con uno davvero nuovo, dotato di pieni poteri per cambiare radicalmente linea politica rispetto a quella bocciata dagli elettori. Perché ciò possa accadere, i partiti devono essere “scalabili”, con regole di democrazia interna che lascino sempre aperto un canale di collegamento fra la base e i vertici e consentano in qualunque momento la sostituzione del gruppo dirigente. Queste regole il Pd sulla carta le ha, con uno Statuto che prevede le primarie sia per gli organi dirigenti, sia per i candidati a cariche elettive. Infatti ha cambiato 8 volte segretario: Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi, il reggente Orfini, ri-Renzi e il reggente Martina. Ma Renzi quelle regole le ha svuotate dall’interno, con vari colpi di mano culminati nella notte delle candidature, quando compilò personalmente le liste nominandosi i parlamentari senza passare per le primarie. Perciò oggi il Pd non esiste più: è il PdR, è cosa sua, almeno quanto lo è FI (il partito padronale per eccellenza) per B. e molto più del M5S e della Lega (non proprio due modelli di democrazia interna) per Di Maio e Salvini.

Perciò sono ridicoli i sondaggi pro o contro l’intesa col M5S fatti da Renzi fra i passanti: perché, statisticamente, meno di un passante su 5 vota Pd; perché, mentre lui cestinava il programma del Pd di Bersani votato dal 25,5% degli elettori per copiare quello di B., non gli veniva mai in mente di interpellare la base (se l’avesse fatto, non sarebbe sceso al 18,7%); e soprattutto perché ai neoparlamentari del Pd non importa una mazza dell’elettorato, visto che devono il seggio e lo stipendio a Renzi e a nessun altro. Infatti, nonostante le dimissioni da segretario, il figlio di babbo Tiziano continua a menare le danze e il torrone da dietro le quinte. Organizza riunioni con i fedelissimi e il presidente (a proposito: perché un perditore seriale come Orfini è ancora presidente?) nell’azienda privata del capogruppo Marcucci all’insaputa del segretario reggente Martina. E tutti attendono il suo Verbo stasera da Fazio per capire se l’Italia avrà un governo o tornerà al voto. Tant’è che, giustamente, qualcuno comincia a dire che sarebbe più onesto se ritirasse le dimissioni e tornasse a fare il segretario alla luce del sole, anziché nell’ombra. Se fossimo in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, o negli Usa, il leader sconfitto sarebbe scomparso dalla circolazione, passerebbe il tempo a tenere conferenze (casomai qualcuno fosse interessato ad ascoltarle) e il partito avrebbe già voltato pagina: con una seria e severa analisi della sconfitta, con una radicale inversione di rotta, con un nuovo leader e un nuovo gruppo dirigente incaricati di interpretare la nuova linea e le nuove alleanze.


In Germania Schulz ha perso le elezioni sulla linea “mai più con la Merkel” e ora l’Spd ha un altro leader. In Francia i socialisti si sono estinti e ora la sinistra è quella radicale di Mélenchon. In Gran Bretagna il blairismo ha fallito e ora il Labour è quello rosso fuoco di Corbyn. Nel caso del Pd, ora che gli elettori hanno bocciato per l’ennesima volta la lunga sudditanza al pensiero (si fa per dire) berlusconian-confindustriale, la soluzione naturale sarebbe un ritorno ai valori del centrosinistra: politiche sociali e ambientali, lotta alle diseguaglianze, all’evasione, alla corruzione, alle mafie, ai conflitti d’interessi, rinegoziazione di alcuni trattati europei. Valori molto simili, se non sovrapponibili, a quelli dei 5Stelle, che renderebbero molto più facile, se non obbligata, un’intesa di governo col M5S. Invece, più elezioni e più voti perde, più il Pd si convince di non avere sbagliato nulla. Tant’è che Rosato, la sua più alta carica istituzionale (è vicepresidente della Camera, in omaggio alla sua strepitosa legge elettorale), confessa di sentirsi “incompatibile con i 5Stelle ma non con B.”. Orfini afferma che “Di Maio e Salvini sono uguali”, mentre vuoi mettere B. e Verdini. E i renziani ripetono che, se mai si siederanno al tavolo col M5S, sarà solo per far contento Mattarella. E a patto che Di Maio si cosparga il capo di cenere, rinneghi le critiche al governo Renzi e plauda al Jobs Act, alla Buona Scuola e alle altre porcate dell’ultimo quinquennio. A pentirsi e a fare autocritica devono essere i vincitori, non gli sconfitti.” ilFQ del 29/04/2018
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