“Scene da un manicomio” Editoriale di Marco TRAVAGLIO del 03/05/2018

03/05/2018 – Ormai Renzi sente le voci, come Giovanna d’Arco. Altrimenti non spiegherebbe ogni giorno a chi ancora gli dà retta (se stesso) cosa vogliono gli elettori del Pd i quali fra l’altro, a sentir lui, vogliono ogni giorno una cosa diversa, anzi opposta. Tutto cominciò quando si mise in testa che gli elettori, dopo 10 anni di Porcellum ne volessero una riedizione riveduta e corrotta per continuare a non scegliere i propri parlamentari e seguitare a votare per finta, lasciandoli nominare dai capi-partito: e solo per la Camera, perché i senatori non volevano proprio più votarli, preferendo che i partiti paracadutassero su Palazzo Madama un battaglione di sindaci e consiglieri regionali perlopiù inquisiti, con immunità incorporata.

Nacquero così l’Italicum e la “riforma” costituzionale. Poi, purtroppo, si scoprì che la strana credenza era falsa: la “riforma” fu respinta al mittente dagli elettori al referendum del 4 dicembre 2016, mentre all’Italicum provvide subito dopo la Consulta. Ma lui, cadendo dal seggiolone, si consolò col 40%: un formidabile bis del trionfo alle Europee 2014. Peccato che alle Europee il 40% avesse votato Pd facendolo arrivare primo, mentre al referendum il 40% votò Sì a una “riforma” bocciata dal restante 60 e arrivata seconda su due. L’unico significato politico era che 2 italiani su 3 non volevano vederlo mai più, come aveva promesso annunciando il ritiro dalla politica in caso di sconfitta.

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Lui però non se ne diede per inteso, si ricandidò a segretario del Pd ed essendone ormai il padrone, per giunta circondato da nullità, fu rieletto. A quel punto scoprì che i suoi elettori erano stufi del maggioritario e, dopo 25 anni, fremevano dalla voglia di tornare al proporzionale. Anzi, ardevano proprio dal desiderio che la nuova legge elettorale la scrivesse Rosato a quattro mani con B. Nacque così il Rosatellum che premiava le coalizioni (cioè il centrodestra), penalizzava i partiti senza alleati (i 5Stelle e pure il Pd, che infatti dovette inventarsi in fretta e furia tre partitini-satellite per pochi intimi) e consentiva ai capipartito di nominarsi i parlamentari con liste bloccate e 5 multicandidature (per le statiste alla Boschi).

Anche stavolta l’aruspice aveva letto nel pensiero dei suoi elettori e li aveva sentiti così affezionati al Porcellum e all’Italicum da non volerne proprio sapere di scegliersi i parlamentari da sé. Infatti, per accontentarli, abolì pure le primarie per i candidati e fece tutto da solo. Purtroppo fu di nuovo smentito da quegli incontentabili dei suoi elettori. E il 4 marzo riuscì nell’impresa di trascinare la fu sinistra al minimo storico del 18,7%.

A quel punto si dimise da segretario, nominò reggente il suo vice (tal Martina, per sabotarlo e bypassarlo con riunioni a sua insaputa), giurò “due anni di silenzio” e cominciò a ripetere, tramite i suoi numerosi ventriloqui, che gli elettori volevano il Pd all’opposizione: subito, a prescindere, senza neppure sapere quanti voti avrebbe preso, chi avrebbe governato e a chi bisognasse opporsi. In pratica, secondo il druido di Rignano, il Pd poteva allearsi solo col Pd. Nessuno capiva come l’avesse saputo, chi gliel’avesse detto, come facesse a desumerlo dalle schede dei 6.153.081 elettori che stoicamente s’erano trascinati alle urne per barrare il simbolo del Pd, senza lasciare scritto null’altro (e per fortuna: altrimenti avrebbero annullato tutte le schede e il Pd sarebbe a zero).

Ma il nostro Tiresia, per trovare conferma alla sua bizzarra teoria, si aggirava per Firenze in bicicletta a importunare i passanti e a domandare loro se volessero un governo con Di Maio (dando fra l’altro per scontato ciò che non lo era affatto: e cioè che fossero tutti elettori del Pd). E tutti rispondevano di No, abituati come sono a dire No istintivamente, appena lo vedono, senza neppure starlo a sentire (avesse domandato “Siamo in primavera?”, avrebbe ottenuto la stessa risposta: No).

Nel frattempo, fuori dall’Asilo Renzuccia, cioè nel mondo reale, accadeva di tutto. Le tipiche cose che accadono nelle democrazie parlamentari con leggi elettorali di impianto proporzionale: il presidente della Repubblica tentava di fare un governo e i partiti di coalizzarsi per fare una maggioranza. E il reggente Martina si diceva disponibile quantomeno a incontrare i 5Stelle, visto che glielo chiedevano gentilmente sia il presidente della Camera per conto del capo dello Stato, sia il leader dei 5Stelle, rimettendosi però al voto della Direzione e, in caso di intesa, a quello degli iscritti.


A quel punto Renzi, nottetempo, ha sentito altre voci: se il Pd parla coi 5Stelle, i suoi elettori magari scoprono che Di Maio vuole quello che vogliono loro da 25 anni (lotta alla povertà, ai conflitti d’interessi, alla corruzione, alla prescrizione, alle mafie, alle caste, alle lobby, alle grandi opere inutili e ad alcuni odiosi trattati Ue) e magari ci prendono gusto, all’idea di un partito di sinistra costretto a fare cose di sinistra. Non sia mai. Renzi si precipita in tv da Fabio Fazio a riferire che gli elettori del Pd non vogliono un governo 5Stelle-Pd, ma in compenso si arraperebbero senz’altro per un bel Di Maio-Salvini-B., o in subordine per un Salvini-B.-Pd che rifaccia l’Italicum bocciato dalla Consulta e la riforma costituzionale bocciata dagli elettori.

Quindi l’hashtag renziano #senzadime vale solo per un governo col M5S, mentre per Lega&FI diventa #conme: i famosi elettori Pd non stanno più nella pelle. Intanto “senzadime” non è più un hashtag, ma un programma di vita per quasi tutti gli italiani. Che, dal Molise al Friuli, si stanno abituando a fare a meno del Pd. Presto l’ultimo elettore del Pd, cioè Renzi, si guarderà allo specchio e si dirà: “Senza di me!”, trovando immediata conferma dalla sua immagine riflessa. Poi si manderà a fare in culo. E si ricambierà.
(pressreader.com) – di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano 3-5-2018)
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