Benzina sopra i 2 euro e i benzinai scioperano per le fatture elettroniche! Perché il prezzo sta salendo

14/06/2018 – Periodicamente gli italiani si ritrovano ad avere a che fare con l’aumento del prezzo della benzina, da tempo però non lo si vedeva toccare questi livelli. Il rialzo del costo del petrolio, che ha toccato a maggio 80 dollari al barile, continua a pesare sulle tasche dei consumatori. Erano diversi anni che in Italia la benzina non subiva un aumento così vertiginoso: secondo i dati di maggio del Ministero dello Sviluppo Economico, il carburante è salito a 1.606 euro al litro. Per la cronaca, non superava la soglia di 1.6 euro da luglio del 2015.

Il prezzo continua ad aumentare: il nuovo record – 2 euro – è stato registrato nella zona del Brennero e dell’Alto Adige, al confine con l’Austria. Non è semplice individuare una sola causa, perché hanno contribuito diversi fattori a far salire il prezzo alle stelle. Se si guarda alla zona del Brennero in modo specifico, c’è chi sostiene che le cause vadano ricercate nella confinante Austria. Haimo Staffler, presidente dell’Associazione liberi distributori dell’Alto Adige ha dichiarato: “È un circolo vizioso e assurdo. L’Austria distrugge con un dumping sleale sul prezzo del gasolio ogni concorrenza, costringendo i distributori a sud del Brennero ad alzare ulteriormente i prezzi, perdendo così ancora più clienti. Con i tir di lunga percorrenza, che hanno serbatoi da 1.600 litri, facendo il rifornimento in Austria risparmi anche più di 600 euro a pieno. In questo modo l’Austria attira tir da mezza Europa e poi si lamenta per l’aumento di traffico sull’asse del Brennero. Non si fa così tra vicini”.

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A livello nazionale entrano in gioco altri fattori. Il prezzo del petrolio stava risalendo già da qualche mese, la spinta più recente è però legata in parte al ripristino delle sanzioni contro l’Iran da parte degli Stati Uniti. Quando accadde, tra il 2012 e il 2015, il mercato aveva perso più di un milione di barili al giorno di greggio proveniente dall’Iran. Non si sa ancora quali saranno gli impatti delle nuove sanzioni, ma molti armatori non stanno più effettuando trasporti da e per l’Iran.

Un altro fattore geopolitico che influenza i prezzi del petrolio è il Venezuela: la crisi del Paese si sta aggravando e quello che un tempo era un importante fornitore di greggio è al collasso. La produzione petrolifera è crollata del 40% in due anni e non accenna a stabilizzarsi. I creditori hanno già iniziato a pignorare impianti della compagnia Pdvsa, limitando fortemente l’attività di esportazione.

Un contributo importante al rialzo dei prezzi del petrolio ha visto in prima linea l’Opec, che ha ricostruito un’alleanza con la Russia e altri Paesi strategici. Infine, non solo i tagli di produzione congiunti sono stati superiori alle attese, ma così come Venezuela, anche Angola e Messico hanno subito un calo della produzione senza averlo pianificato. Da una situazione di eccesso di petrolio, si è passati velocemente ad una situazione di deficit, mentre i consumi globali di continuano ad attestarsi sui 600 mila barili al giorno. A marzo, nei Paesi Ocse, le scorte sono andate sotto la media degli ultimi anni, obiettivo che l’Opec e l’Arabia Saudita avevano definito in vista del collocamento in Borsa della compagnia di stato, la Saudi Aramco.

Il problema di fondo è che grazie alla crescita dell’economia globale, la domanda di petrolio sta aumentando a ritmi molto elevati, ma il petrolio estratto non aumenta di pari passo. L’Agenzia internazionale dell’energia ha dichiarato: “Il fatto è che i prezzi del greggio sono aumentati di circa il 75% da giugno 2017. Sarebbe straordinario se un balzo tanto grande non intaccasse la crescita della domanda, soprattutto dopo che negli ultimi anni diversi Paesi emergenti hanno ridotto o eliminato i sussidi per i consumatori finali”.

La realtà è che la domanda petrolifera supera l’offerta e le scorte accumulate negli anni della crisi sono crollate. Gli analisti prevedono che il rialzo dei prezzi non si fermerà, a meno che non si trovi una soluzione diversa, un’alternativa. Tutta ancora da inventare.

Intanto il 26 giugno è stato indetto uno sciopero dei benzinai contro la fatturazione elettronica.
Un emendamento alla Legge di Bilancio per il nuovo anno (dal primo luglio 2018) prevede l’obbligo di pagamenti ‘tracciabili’, ossia tramite bancomat o carta di credito. Non solo: il Governo ha stabilito per i benzinai l’emissione della fattura elettronica nel caso in cui i professionisti o le aziende la richiedano ai fini della detrazione fiscale.

Le organizzazioni di categoria dei gestori degli impianti di rifornimento carburanti hanno proclamato lo sciopero nazionale sia sulla rete ordinaria che su quella autostradale denunciando l’estrema criticità con cui il settore e i suoi utenti rischiano di dover affrontare i nuovi obblighi relativi alla fatturazione elettronica.


A meno di tre settimane dalle scadenze poste dalla legge – si legge in una nota – sono tali e tanti i ritardi e le incoerenze sia sulla certezza delle modalità operative che sui supporti tecnologici che l’amministrazione si era impegnata a mettere a disposizione che, senza alcuna enfasi, si può ragionevolmente affermare come la rete distributiva, per larga parte costituita -sarà bene ricordarlo- da “chioschi da marciapiede”, sia effettivamente a rischio di blocco e paralisi.

Una conseguenza inaccettabile per un settore ed una intera categoria che pure nei scorsi mesi si era resa ampiamente disponibile, collaborando con l’amministrazione fattivamente per consentire la sperimentazione in anticipo l’introduzione di norme che dal primo gennaio prossimo interesseranno tutti gli altri indistintamente”, prosegue la nota.

“Le ripetute sollecitazioni avanzate anche direttamente verso il Ministro Tria non sono riuscite finora a sortire neanche un segnale di attenzione. Per queste ragioni – conclude la nota sindacale – alla categoria non rimane altro strumento di azione che proclamare lo sciopero nazionale di 24 ore, per martedì 26 giugno“. – FONTE
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