La Corte europea dei Diritti Umani condanna l’Italia per aver applicato il 41bis a Provenzano

25/10/2018 – La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per avere rinnovato un regime carcerario durissimo e criticato – il cosiddetto “41 bis” – a Bernardo Provenzano, dal 23 marzo del 2016 fino alla morte avvenuta il 13 luglio 2016, mentre Provenzano, considerato il capo dell’organizzazione mafiosa Cosa Nostra, era ricoverato all’ospedale San Paolo di Milano.
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Secondo la Corte, l’Italia ha violato l’articolo 3 della Convenzione in cui si dice che «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti» con il carcere duro; la Corte ha però affermato che la decisione di proseguire con la detenzione di Provenzano non ha leso i suoi diritti.
Quando è morto, Provenzano aveva 83 anni ed era in carcere dall’aprile del 2006, quando era stato arrestato dopo una latitanza durata 43 anni, durante la quale era stato condannato in contumacia a tre ergastoli. Da tempo era malato e per questo la sua avvocata, Rosalba Di Gregorio, aveva chiesto la revoca del 41 bis (cioè del carcere duro) e la sospensione dell’esecuzione della pena, ma senza successo.


Introdotta nell’86 ma estesa nel 1992 dopo le stragi di mafia, questa forma di detenzione prevede restrizioni soprattutto per gli autori di reati di criminalità organizzata. Lo scopo è di evitare contatti con l’esterno e con l’associazione di cui il condannato fa parte
Con il termine “41 bis” si fa riferimento all’articolo previsto dall’ordinamento penitenziario italiano, comunemente noto come “carcere duro”. È una forma di detenzione particolarmente rigorosa, cui sono destinati in particolare gli autori di reati in materia di criminalità organizzata per impedirgli di rimanere in contatto con le associazioni di cui fanno parte. Ecco quando è nato e cosa prevede. – FONTE

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