Nella manovra del nuovo Governo, spunta la tassa sulla Coca-Cola

16/11/2018 – Non è un’idea nuova. Altri governi hanno deciso di tassare bollicine, zuccheri o grassi saturi, sempre con finalità altissime. In teoria è un’imposta di scopo, balzello a fin di bene che serve a mantenere i contribuenti magri e in salute. Ma anche in paesi con opinioni pubbliche meno ciniche della nostra, ad esempio in Francia, alla fine tutti hanno concordato che tassare bevande e cibo spazzatura serve soprattutto a fare cassa.

A quattro anni dalla prima versione italiana nella Legge di Bilancio è spuntata la «tassa sulla Coca Cola». Si tratta di un’imposta sul consumo di bevande ad alto contenuto di zuccheri aggiunti e serve a finanziare uno sgravio fiscale atteso e importante, l’esenzione delle partite Iva fino a 100 mila euro dal regime Irap.

A introdurre la tassa sulle bevande zuccherate è un emendamento alla legge di Bilancio presentato alla commissione Finanze della Camera alla legge di Bilancio, prima firmataria la deputata pentastellata Carla Ruocco. Hanno aderito diversi deputati della Lega. Ora la proposta dovrà passare al vaglio della commissione Bilancio.

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Nel 2012 i aveva già provato il governo Monti, con il minstro della salute Renato Balduzzi che intodusse in un decreto un accisa di tre centesimi a bottiglia. Poi la misura fu ritirata. In Europa la tassa sulle bollicine è legge in Francia e Portogallo. Comunque è da sempre un cavallo di battaglia della sinistra e degli ambientalisti. Il governo giallo verde inaugura una versione populista-sovranista.

Per Assobibe, associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del settore si tratta di «una ricetta vecchia che non produce crescita né occupazione». Difficile capire perché colpire chinotti, acque toniche, cedrate, bevande con succo di frutta, aperitivi analcolici, bevande per sportivi. «Prodotti che sono già in sofferenza da anni». Tassare «le imprese che generano valore e occupazione in Italia, non è immaginabile in questa fase così difficile».

Nel rush finale degli emendamenti c’è stato un altro classico. Il ritorno della web tax. Un inasprimento della tassazione sulle transazioni digitali dal 3% al 6%, che dovrebbe entrare in vigore dal primo gennaio. La proposta era in un emendamento presentato dalla Lega, prima firma Giulio Centemero, ma poi è stata ritirata. Il testo ritirato prevedeva di portare al 6% l’aliquota «sull’ammontare dei corrispettivi», al netto dell’Iva, delle transazioni digitali anziché del 3% sul valore della singola transazione. Riguardava la prestazione di servizi erogati tramite «internet o una rete elettronica e la cui natura rende la prestazione essenzialmente automatizzata» e prevedeva la possibilità di estendere la tassa ad altre prestazioni con un decreto del ministero dell’Economia.

L’entrata in vigore della tassa, sempre secondo la proposta della Lega, sarebbe passata da gennaio ad aprile 2019.

La vicenda della Web tax è complessa. La materia è europea, ma il governo Gentiloni ha deciso di introdurla, a partire dal 2019. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha confermato la decisione del precedente governo. A convincere la Lega a ritirare la modifica è stato il ministero dell’Economia che sta preparando i decreti attuativi della misura, in modo che la norma italiana tenga conto delle decisioni che verranno prese in Europa. In realtà all’ultimo Ecofin il ministro Giovanni Tria ha detto che l’Italia andrà comunque avanti, anche senza una decisione dell’Ue. Il responsabile di via XX settembre ha assicurato il sostegno dell’Italia ad un accordo a Brxuelles entro la fine dell’anno. Ma «se non avremo questo accordo introdurremo la tassa», attuando quella prevista dalla legge di Bilancio del 2018. La tassa, insomma, ci sarà, ma con aliquota al 3%. [IlGiornale.it]
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