Palermo, colpo alla nuova Cupola di Cosa nostra. Arrestato l’erede di Riina, è il boss Settimo Mineo

05/12/2018 – La Cupola di Cosa nostra è tornata a riunirsi, il 29 maggio scorso. Non accadeva dal 1993. I capi delle famiglie di Palermo si sono ritrovati per eleggere il nuovo padrino, l’erede di Totò Riina morto un anno fa. E’ l’ottantenne Settimo Mineo, ufficialmente gioielliere con negozio in corso Tukory, il più anziano fra i boss della mafia siciliana, il giudice Falcone l’aveva arrestato nel 1984 e lui spavaldo aveva detto all’interrogatorio: “Non so di che parla, cado dalle nuvole”. Una vita per la mafia. Ma il mandato di Settimo Mineo è già scaduto: all’alba, la procura di Palermo diretta da Francesco Lo Voi ha fatto scattare un maxi blitz dei carabinieri nei confronti di 46 fra boss e gregari. E tra i fermati c’è anche il capo dei capi che avrebbe dovuto inaugurare la nuova era mafiosa. Con lui, tre componenti della Cupola, i rappresentanti del mandamento di Porta Nuova, Gregorio Di Giovanni; di Misilmeri-Belmonte, Filippo Salvatore Bisconti; di Villabate, Francesco Colletti.

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Come Mineo, tutti scarcerati di recente dopo aver scontato condanne per mafia. È stato Colletti a svelare l’ultimo mistero dei boss, e non sospettava certo di essere intercettato. Al suo autista, Filippo Cusimano, ha raccontato della riunione della commissione provinciale a cui aveva partecipato alcune ore prima, il 29 maggio. “Si è fatta comunque una bella cosa – diceva orgoglioso – per me è una bella cosa questa… molto seria… molto… con bella gente… bella. Grande. Gente di paese… gente vecchi… gente di ovunque”. E poi aggiungeva dettagli sui partecipanti, dettagli che hanno incastrato Mineo e gli altri. Resta il mistero sul luogo della riunione. Ma per il resto il boss di Villabate è stato fin troppo loquace con il suo autista.

Ha raccontato che alcuni boss non avevano il rango adeguato per partecipare alla riunione solenne: per questa ragione, sarebbero rimasti fuori Salvatore Pispicia di Porta Nuova, Francesco Caponnetto di Villabate, Giovanni Sirchia di Passo di Rigano e Francesco Picone della Noce. E’ davvero una lunga (inconsapevole) confessione quella del boss che parlava fin troppo all’autista. Gli ha pure spiegato l’ultima regola dell’organizzazione: i contatti fra i mandamenti possono essere tenuti solo dai reggenti. “E’ una regola, proprio la prima.. Nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri”. Regola solenne della commissione. “Perché là dentro – diceva Colletti – quando si decide una cosa, io non posso dire di no… Siamo tutte persone perbene, tutti saggi… non ce ne deve essere timore quando si deve fare qualcosa cosa, giusto è?”. Era anche un modo per ribadire la centralità della Cupola, contro la tirannia di Totò Riina. “Ci siamo alzati e ci siamo baciati tutti”, è il finale del racconto di Colletti. – [Repubblica.it]
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