Huawei, arrestata su mandato Usa la figlia del fondatore. L’ira di Pechino

06/12/2018 – Le autorità canadesi hanno arrestato a Vancouver la chief financial officer di Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore del gruppo, Ren Zhengfei. La richiesta di estradizione è arrivata dagli Stati Uniti che l’accusano di violazioni delle sanzioni contorno l’Iran.

A RISCHIO TREGUA SU DAZI – L’arresto di Meng, confermato dal portavoce del Ministero della Giustizia canadese, Ian McLeod, al quotidiano canadese The Globe and Mail, è avvenuto il primo dicembre scorso, lo stesso giorno in cui il presidente cinese, Xi Jinping, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si incontrarono a margine del G20 di Buenos Aires per cercare una tregua sulle tensioni sui dazi che dividono i due Paesi. La figlia 46enne dell’ex ingegnere dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese e direttrice finanziaria e vice presidente del board del gigante delle telecomunicazioni cinese attende ora l’udienza, prevista per domani. Ma l’arresto è subito diventato un caso diplomatico, e c’è il timore che faccia fallire i tentativi di tregua finanziaria sui dazi tra Usa e Cina.

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RIPERCUSSIONI IN BORSA – La notizia dell’arresto ha già avuto le sue ripercussioni sui mercati asiatici: Tokyo ha chiuso a -1,91%, come le piazze cinesi in netto calo: a Shanghai l’indice Composite lascia sul campo l’1,68% a 2.605,18 punti, mentre a Shenzhen, città dove ha sede Huawei, il Component cede il 2,44% a 7.735,05 punti. Di conseguenza anche le Borse europee sono in calo sulla scia negativa asiatica: dopo l’aperturta a -1,9% Piazza Affari continua a scendere e il Ftse Mib tocca il – 2% a 18.940 punti. Peggiorano anche gli altri listini europei, con Parigi e Francoforte che sono in ribasso dell’1,9%. Lo spread tra Btp e Bund è in leggera risalita a 282 punti base con un rendimento del decennale del 3,079%.

PECHINO PROTESTA – La Cina ha chiesto al Canada di rilasciare il capo dell’ufficio finanziario di Huawei. L’ambasciata di Pechino a Ottawa ha inoltrato una protesta formale nei confronti del Paese e degli Stati Uniti. Le autorità cinesi sottolineano in una nota che Meng “non ha violato leggi statunitensi o canadesi”, avvertendo che questo tipo di azioni “danneggiano gravemente i diritti umani della vittima” e quindi viene richiesto a Usa e Canada di “correggere immediatamente” l’errore e di rimettere in libertà la Cfo di Huawei. Di conseguenza l’ambasciatore Lu Shauye ha annullato all’ultimo minuto, e senza spiegazioni, la sua audizione di oggi alla commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni, un ramo del parlamento canadese.

HUAWEI, NESSUN ILLECITO – Toni più pacati da parte del gigante delle telecomunicazioni Huawei, che in una nota riferisce di “accuse non specificate” nei confronti della sua dirigente, assicurando di “non al corrente di alcun illecito commesso da Ms. Meng” e confidando nel fatto che “i sistemi legali di Canada e Stati Uniti raggiungeranno una giusta conclusione corretta e imparziale. Huawei rispetta tutte le leggi e le regole dei Paesi in cui opera, incluse quelle in materia di controllo delle esportazioni delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e dell’Ue”.

I SOSPETTI – Ma che qualcosa si stesse movendo era stato anticipato l’aprile scorso dal Wall Street Journal, il quotidiano affermava che il gruppo era sotto osservazione da parte del Dipartimento americano della Giustizia per possibili violazione delle sanzioni nei confronti dell’Iran. Una grana in più per il presidente Xi Jinping, giunto a Pechino dopo un lungo tour. Solo ieri era a Lisbona a presenziare alla firma di 17 accordi di cooperazione bilaterale tra Cina e Portogallo, accordo che include anche una cooperazione tra Huawei e la multinazionale Altice.

Non è la prima volta che le compagnie di tlc cinesi finiscono nel mirino delle autorità americane. Solo quest’anno gli Usa, dopo aver scoperto che la società Zte non aveva agito contro i dipendenti responsabili di violazioni sulle sanzioni a Teheran e Pyongyang, hanno imposto un divieto di 7 anni, poi revocato, ma che ha quasi messo in ginocchio la compagnia.

Anche il Pentagono, che sospetta forme di spionaggio, ha mosso accuse a Huawei e Zte: costituiscono un rischio di sicurezza “inaccettabile”. Da lì il divieto per i militari e il personale delle basi americane di acquistare dispositivi realizzati dalle compagnie tecnologiche cinesi. Anche l’Australia, con lo stesso timore, ha imposto limiti a Huawei. Per ultimo i servizi inglesi, l’MI6, hanno invitato BT, operatore britannico, a porre dei limiti alle apparecchiature cinesi nell’accesso alle reti 4G. – [FONTE]
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