Altra storia rispetto a Etruria e MPS, La Boschi e Renzi vogliono farci fessi

10/01/2019 – Comincio a pensare che, a differenza di quanto sembrerebbe, Matteo Renzi non sia poi così furbo. Un politico furbo, infatti, si terrebbe alla larga dai temi su cui si è giocato la carriera, come per esempio le banche. Invece no, l’ ex presidente del Consiglio si comporta come il topo con il formaggio. Pur sapendo che la trappola scatta, appena sente odore di banche è irresistibilmente attirato.

È accaduto in passato sul finire della legislatura: quando tutti sembravano essersi dimenticati del pasticcio da lui combinato con Banca Etruria e altri istituti, a Renzi è venuto il mente di chiedere la testa del governatore della Banca d’Italia e poi, proprio sotto elezioni, ha preteso una commissione d’ inchiesta sui crac, con il risultato di far emergere le sue trame e quelle della sua compagna di merende, Maria Elena Boschi.

Dunque, dopo tutto ciò che è accaduto, gli interventi della ministra per salvare la banca di papà e le conversazioni mattutine fra lo stesso premier e un noto finanziere di nome Carlo De Benedetti a proposito della riforma delle Popolari, sarebbe consigliabile tacere. Invece no, Renzi si dimostra ancora una volta non particolarmente furbo. E così ieri, appena avuta notizia della decisione del consiglio dei ministri su Banca Carige, il fu uomo forte del Pd ha cominciato a sparare contro il governo.

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Lo ha fatto con un suo intervento via Facebook e poi ha dato il via libera a tutti i suoi compagni, Boschi ovviamente compresa. Il succo del suo intervento è il seguente: Di Maio e Salvini si devono vergognare perché hanno salvato la banca di Genova dopo aver criticato noi che salvammo Banca Etruria. A questo punto è bene fare un po’ di chiarezza per specificare perché l’ intervento su Carige non sia neppure minimamente paragonabile a quello fatto dal governo Renzi su Etruria e sulle altre banche.

Punto primo. Nel consiglio di amministrazione dell’ istituto ligure non c’ erano né il papà del leader dei 5 stelle, né quello del capo leghista. Ma oltre a non esserci alcun parente dei due vicepremier a fare il vicepresidente di Carige, non risulta che alcun familiare dei due ministri si sia rivolto al noto massone e bancarottiere Flavio Carboni per farsi suggerire come salvare la banca. Fra i dipendenti della Cassa di risparmio non figura neppure un fratello di Salvini, né un gemello di Di Maio.

Inoltre, né l’ esponente pentastellato né quello sovranista pare si siano recati dall’ amministratore delegato di Unicredit, dal presidente della Consob e dal direttore di Banca d’ Italia per sollecitare il salvataggio del suddetto istituto.

Insomma, Carige non era un affare di famiglia, né della Lega né del Movimento 5 stelle.

Punto secondo. La banca genovese non è fallita, dunque non ci sono obbligazionisti che abbiano perso tutti i loro soldi. Infatti, ieri, non si sono registrate manifestazioni di risparmiatori davanti alla sede di Carige e neppure davanti alla casa di Salvini o di Di Maio, come avvenne invece a Laterina, paese in cui risiede Maria Elena Boschi. Di più: dopo la decisione del governo non c’ è stato alcun suicidio, come invece avvenne nel novembre del 2015 a Civitavecchia. Luigino D’ Angelo, pensionato dell’ Enel che grazie al «salvataggio» di Etruria deciso da Renzi e compagni perse tutti i suoi risparmi, sentendosi truffato si impiccò nel sottoscala di casa per la disperazione e la rabbia.

Punto terzo. Carige non è stata commissariata dall’ esecutivo di Giuseppe Conte, ma dalla Banca centrale europea di Mario Draghi. Non c’ è stato dunque alcun ruolo del governo, né vi è stata un’ anticipazione del bail in, ossia della normativa europea a proposito di banche, come invece avvenne all’ epoca di Banca Etruria: mossa decisa da Renzi e compagni che scaricò i costi del crac direttamente sui risparmiatori.

Punto quarto. Al momento non risulta che qualcuno abbia speculato sulle azioni della banca genovese, sospetto che invece insorse ai tempi della riforma delle banche popolari che coinvolse Etruria. Come è noto, la Consob aprì un procedimento per insider trading ed emerse la famosa telefonata fra Carlo De Benedetti e il suo broker, in cui l’editore di Repubblica invitava il suo agente a comprare azioni delle Popolari perché la riforma ci sarebbe stata. La fonte era lo stesso presidente del Consiglio. Per la vicenda è ancora aperto un procedimento giudiziario e recentemente il giudice ha duramente criticato il modo poco approfondito con cui furono svolte le indagini.

Punto quinto. Il ministro Giovanni Tria ha deciso di offrire la garanzia statale ai bond che verranno emessi da Carige. È esattamente ciò che è stato fatto in passato con altre banche, tra le quali il Monte dei Paschi di Siena. Con una differenza: nessuno degli attuali partiti di maggioranza ha responsabilità nelle difficoltà dell’ istituto ligure, mentre nel caso di Mps il principale responsabile del disastro fu il Pd.

Tutto ciò basta e avanza per spiegare come mai Renzi non dovrebbe neppure avvicinarsi all’ argomento banche. Non perché al solo sentire l’ argomento dovrebbe provare vergogna. No, sappiamo che non ne proverebbe. Dovrebbe stare alla larga solo per intelligenza. – [Di Maurizio Belpietro, LaVerità.it]
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