«Colpo di Stato in Venezuela»: Maduro «spodestato» da Guaidó con il sostegno di Trump. Ci sono morti negli scontri

24/01/2019 – «Sì, se puede». L’urlo di obamiana memoria, quel «Yes we can» che nel 2008 portò l’ex presidente degli Stati Uniti al trionfo, si leva altissimo su plaza Venezuela, il cuore di Caracas. Sono decine di migliaia le persone che ascoltano il capo dell’opposizione e leader dell’Assemblea nazionale Juan Guaidó giurare sulla costituzione, autoproclamandosi presidente ad interim fino a che non ci saranno nuove elezioni democratiche.

Passano pochissimi minuti e dalla Casa Bianca arriva l’atteso riconoscimento ufficiale nei confronti di Guaidó: «Nicolas Maduro e il suo regime sono illegittimi – afferma Donald Trump – e il popolo del Venezuela ha fatto sentire con coraggio la sua voce chiedendo libertà e rispetto della legge». Una mossa annunciata: da sempre il presidente americano considera Maduro un usurpatore e un dittatore, mentre il presidente dell’Assemblea nazionale autoproclamatosi leader rappresenta per Washington l’unica figura legittimamente eletta dopo le contestate elezioni politiche nel Paese. Per questo l’amministrazione Usa ha lanciato un appello a tutte le capitali occidentali affinché seguano il suo esempio.

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Maduro: “Siamo la maggioranza”
La risposta di Maduro non è però tardata: «Siamo la maggioranza, siamo il popolo di Hugo Chavez – ha detto ai suoi sostenitori accorsi davanti al palazzo presidenziale di Caracas -. Siamo in questo palazzo per volontà popolare, solo la gente ci può portare via». Quindi l’attacco agli Stati Uniti: «Concedo 72 ore ai diplomatici Usa perché lascino il Paese. Dispongo di interrompere le relazioni diplomatiche e commerciali con il governo imperialista» di Washington. «Ci difenderemo a ogni costo» . Quindi, gli organi giudiziari del Paese devono «agire come prescrive la legge» nei confronti del capo dell’opposizione nonché presidente del Parlamento, Guaidó. Il partito del presidente ha fatto appello ai sostenitori per riunirsi davanti al palazzo Miraflores per sostenere il governo. Il ministro della Difesa venezuelano, generale Vladimir Padrino Lopez, ha dichiarato in un tweet che le forze armate «non accettano un presidente imposto da oscuri interessi o che si è autoproclamato a margine della legge», confermando il suo appoggio a Maduro. Ovviamente in tutt’altra direzione vanno le parole di Guaidó: «Il Venezuela desidera fermamente che gli Usa mantengano la loro presenza diplomatica nel nostro Paese», si legge in un comunicato diffuso via Twitter e rivolto «a tutte le ambasciate presenti nel Venezuela», per concludere: «Siamo una nazione sovrana e continueremo a mantenere le relazioni diplomatiche con tutti i Paesi del mondo».

Almeno otto sono le persone sono morte durante gli scontri nelle proteste anti-governative. Tra queste, sei le vittime registrati durante i disordini, mentre altre due persone sarebbero morte a est di Caracas «in episodi in cui non erano coinvolti funzionari dell’ordine pubblico», sui quali si sta già indagando.

Maduro resta isolato
Dopo Trump, è lunga la lista dei Paesi che si schierano con il neopresidente autoproclamato: il Brasile del neoeletto Jair Bolsonaro («Il Brasile sosterrà politicamente ed economicamente il processo di transizione così che democrazia e pace sociale possano tornare in Venezuela») e il Paraguay («Conta su di noi per sostenere nuovamente la libertà e la democrazia», scrive Mario Abdo Benitez; e ancora, l’Argentina e la Colombia, il Perù, l’Ecuador e il Costa Rica, il Cile e il Canada.
A suo sostegno anche presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che su Twitter ha scritto: «Spero che tutta l’Europa si unisca a sostegno delle forze democratiche», perché «a differenza di Maduro, l’Assemblea parlamentare, compreso Juan Guaidó ha un mandato democratico da parte dei cittadini venezuelani»

Con Nicolas Maduro si schierano, invece, il Messico, la Bolivia, Russia, Cina e Cuba. Resta per ora neutrale l’Unione europea. Il ministero degli Esteri spagnolo è il primo a pronunciarsi: chiede una riunione per discutere della situazione, ha confermato che la Ue non prenderà posizione «per andare dietro ad altri».

L’escalation
Per Maduro, 56 anni, al potere dal 2013 quando successe a Hugo Chavez, è decisamente il giorno più lungo, dopo che lo scorso 11 gennaio si è insediato per il suo secondo mandato. E la tensione a Caracas e in tutto il Paese è alle stelle. Una folla enorme oggi si è riversata in strada e solo nella capitale, a seguito degli scontri con la polizia e con la guardia nazionale, si registrano almeno cinque morti e diversi feriti. «Resteremo qui finché il Venezuela non sarà liberato», ha promesso Guaidó dopo il giuramento, chiedendo all’esercito di mollare Maduro e di ristabilire i dettami della Costituzione. Sfidando così il regime in un’escalation che mette in pericolo innanzitutto la sua persona, visti i precedenti di oppositori arrestati, esiliati e addirittura – accusano le associazioni per i diritti umani – torturati. «Gli occhi del mondo sono tutti puntati su di noi», ha tirato però dritto Guaidó.

In rivolta contro Maduro sono soprattutto i quartieri operai di Caracas, quelli che una volta lo sostenevano e che ora, ridotti allo sfinimento da una crisi economica senza fine, si schierano invece col giovane ingegnere industriale di 35 anni, sempre più popolare soprattutto da quando l’ex pupillo di Chavez ha strappato ogni potere proprio all’Assemblea nazionale, nel tentativo di stroncare la sommossa. Assemblea che però è riconosciuta dalla comunità internazionale, così come Guaidó ancor prima che da Trump è stato riconosciuto dal neo presidente del Brasile Jair Bolsonaro. Intanto dal Palazzo di vetro delle Nazioni Unite, a New York, parte l’appello a fermare ogni violenza. – [IlTempo.it]
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