Il Festival di Sanscemo, editoriale Marco Travaglio FQ 14.2.19

14/02/2019 – Accadono cose fantastiche, ai confini della realtà, cose che voi umani ecc. Ne dico quattro, per motivi di spazio.

Il presidente della Giunta per le autorizzazioni del Senato, con rispetto parlando Maurizio Gasparri, propone di votare no alla richiesta dei giudici di processare Salvini per sequestro di persona nel caso Diciotti. Ma contemporaneamente invia ai giudici le relazioni di Conte, Di Maio e Toninelli che si autodenunciano col ministro dell’Interno per essere processati anche loro. Fermo restando che “i Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri” (art. 95 della Costituzione), spetterà ai pm stabilire se debba essere indagato qualcun altro, oltre a Salvini (che agì senz’alcun atto del Cdm). Ma che senso ha chiedere ai giudici di decidere se processare solo Salvini o anche Conte, Di Maio e Toninelli, e poi negare loro il permesso di processare chicchessia? Applicare la logica a Gasparri è un ossimoro, ma una risposta – soprattutto dal tentennante M5S – sarebbe gradita.

A Strasburgo un signore belga che si pettina e parla come Antonio Conte, tale Guy Maurice Marie Louise Verhofstadt, sedicente “liberaldemocratico”, lo stesso che due anni fa voleva accogliere i 5Stelle nel gruppo Alde ma non ci riuscì perché fu messo in minoranza dal gruppo Alde e ne rimase il leader come se niente fosse, pensa bene di combattere gli odiati populisti” con le stesse armi che li hanno portati alle stelle: il disprezzo e l’insulto. Dà del “burattino” a Conte (nel senso di Giuseppe, il premier italiano, il più popolare d’Europa). E riesce nell’ardua impresa di far solidarizzare con Conte anche le opposizioni, dal forzista Tajani al calendiano Calenda, oltre ad allargare la popolarità dei “populisti” e l’impopolarità della Ue. Al posto di Conte, affitteremmo questo genio e ce lo terremmo in giardino, per ogni evenienza.

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Il Consiglio d’Europa piazza l’Italia fra gli osservati speciali, alla pari di Russia, Turchia e Ungheria, per le minacce alla libertà di stampa: quelle mafiose, fasciste ed eversive (vere) e quelle governative (false). Si parla della scorta di Saviano, fortunatamente confermata. Si citano gli attacchi di Salvini e Di Maio ai giornalisti (sbagliatissimi, ma un po’ meno frequenti di quelli di Renzi e molto meno di quelli di B.). Poi, sommando le mele con le patate, s’infila “l’abolizione dei sussidi pubblici alla stampa” (cioè ai giornali pagati da chi non li compra), che con la libertà di stampa non c’entra nulla.

Se non perché la limita vieppiù (che libertà può avere verso il governo un giornale che campa coi soldi del governo?). Infatti i soli quotidiani a prendere sul serio la classifica sono quelli più finanziati dallo Stato: Libero e il manifesto.
Intanto tutti i giornali (tranne il manifesto e il Fatto) spacciano l’analisi costi-benefici sul Torino-Lione per un bizzarro parere di cinque squilibrati 5Stelle e/o No Tav, senza peraltro contestare un solo dato dello studio di 80 pagine firmato da alcuni fra i massimi esperti di economia dei trasporti. Così il Consiglio d’Europa capirà finalmente chi sono i killer della libertà di stampa: i giornalisti. Le argomentazioni sono strepitose.

1) L’analisi sul Tav è sballata perché calcola le mancate accise sui carburanti e i mancati pedaggi autostradali: peccato che anche l’Osservatorio governativo ne abbia sempre tenuto conto senza destare polemiche; e così uno degli esperti ministeriali, Paolo Beria, nell’analisi sul sistema-traffico di Milano per la giunta Sala (Pd), senza che nessuno la ritenesse viziata.

2) L’analisi è farlocca perché non considera i “50 mila posti di lavoro” del Tav (Boccia di Confindustria e la Furlan della Cisl, oggi sposi): peccato che lo stesso sito dell’Osservatorio pro Tav parli di 450 lavoratori in aggiunta agli attuali 4 mila. Per passare da 450 a 50 mila bisogna fumare roba davvero buona.

3) La commissione sarebbe “spaccata” perché, su sei esperti, cinque arrivano a una conclusione e uno a un’altra: e, fra cinque e uno, ha ragione quell’uno (tale Coppola, portato in trionfo dai giornaloni come un eroe di guerra). Motivo: Ponti è prevenuto perché era anti Tav già prima di fare l’analisi, mentre Coppola è imparziale perché è sempre stato pro. Come se un tizio si facesse visitare ogni anno, il medico gli dicesse ogni volta che ha il colesterolo alto e quello, all’ennesima conferma, gli strillasse che è prevenuto e non è imparziale perché dice sempre la stessa cosa (le diagnosi sul colesterolo, com’è noto, sono una variabile indipendente dal tasso di colesterolo). Ecco: questo è il livello medio del dibattito sul Tav, almeno in pubblico. In Parlamento invece i deputati della commissione Trasporti hanno dovuto studiare, o almeno fare finta. E ieri, nell’audizione di Ponti e degli altri analisti ministeriali, hanno dato vita, per la prima volta nella storia, a un dibattito parlamentare sul Tav basato sui dati e non sulle supercazzole. Un bel paradosso, se si pensa che Toninelli e il M5S passano sempre per bifolchi allergici alla scienza e alla competenza. Alla fine Ponti&C. hanno rintuzzato, numeri alla mano, ogni obiezione. E ora quel che dice da 30 anni il movimento No Tav è finalmente agli atti del Parlamento. Ma ci vuol altro per zittire i trombettieri del Tav, che a favore di telecamera continueranno a spacciare la loro merce avariata. Del resto è gente di bocca buona. Chi giurava su Ruby nipote di Mubarak o sull’immacolata concezione di babbo Renzi e babbo Boschi può dire e contraddire di tutto. Funzionava così nelle monarchie assolute: se il re riceveva un messaggio sgradito, faceva ammazzare il messaggero.
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