Il Vaticano, i preti, l’avvocato di Netanyahu: lo scandalo immobiliare da 2 miliardi di euro

12/03/2019 – In Israele, a una trentina di chilometri da Gerusalemme, c’è un terreno con una vigna e qualche migliaio di alberi di ulivo che sta creando scompiglio e preoccupazione nei palazzi del Vaticano. Perché su quell’appezzamento in Terra Santa, oltre un milione di metri quadri di proprietà della congregazione dei salesiani, si sta combattendo da mesi, e in gran segreto, una battaglia senza esclusione di colpi. Con missionari italiani, economi lussemburghesi, costruttori, truffatori e avvocati (tra cui quello del premier israeliano Benjamin Netanyahu) l’un contro l’altro armati per tentare di mettere le mani su un affare immobiliare che vale, sulla carta, oltre due miliardi di euro.

Proprio così. Sui 103 ettari, podere di una ex “scuola agricola” degli eredi di Don Giovanni Bosco, sorgerà infatti un nuovo, gigantesco sobborgo urbano. Le autorità di Gerusalemme hanno già dato l’ok alla edificazione di circa 4.300 appartamenti, che oggi avrebbero un valore di mercato medio di oltre mezzo milione di euro l’uno. Un quartiere nuovo di zecca che dovrebbe innalzarsi a poca distanza dal monastero di Beit Gemal e dalla cittadina di Beit Shemesh, in una zona dove gli ebrei ultra-ortodossi con famiglie numerose sono maggioranza schiacciante: alla fine la speculazione potrebbe ospitare fino a 40 mila persone.

L’affare sembrava ormai cosa fatta, ma nell’ultimo anno la faccenda si è complicata. I missionari salesiani, infatti, hanno “venduto” il terreno più volte, e hanno firmato «accordi di locazione a lungo termine» con società tra loro concorrenti. E lo stesso segretario di Stato Pietro Parolin, a causa dei pasticci dell’ordine, ha concesso il nulla osta vaticano (la legge canonica prevede che, in caso di operazioni finanziarie superiori al milione di euro, le congregazioni cattoliche debbano chiedere espressa autorizzazione alla Santa Sede) a due gruppi avversari. Cioè quello che fa capo all’imprenditrice Ziva Cohen e quello guidato da Aka Development, una società controllata dalla facoltosa famiglia Carasso.

È proprio Aka, qualche mese fa, ad aver accusato formalmente sacerdoti e Vaticano di fare il doppio gioco, e i rivali di pratiche scorrette. Lo scorso ottobre all’Aif (l’Autorità di informazione finanziaria d’Oltretevere specializzata in antiriciclaggio) è arrivata una segnalazione di «attività sospetta» contro il gruppo di Ziva Cohen, denuncia firmata da un avvocato rotale arruolato da Aka, Francesco Carozza.

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Aka, che teme di perdere decine di milioni di euro già spesi, punta il dito pure contro la congregazione, le cui strategie finanziarie sono opera dell’economo generale Jean Paul Muller. Un lussemburghese che dal 2011 gestisce, da via Marsala a Roma, le ricche cassa dell’ordine.

L’Espresso ha inoltre scoperto che il principale consulente legale dei salesiani nell’affare di Beit Gemal è l’avvocato personale del premier israeliano Netanyahu, David Shimron. Un uomo che a Tel Aviv è temuto e rispettato, e che di recente è finito più volte sui giornali. Non solo perché deve difendere il primo ministro dalle accuse di corruzione che lo hanno travolto nei giorni scorsi: lo stesso Shimron è stato in effetti accusato di corruzione e riciclaggio dalla polizia, in merito a una compravendita da parte di Israele di sommergibili e navi da guerra costruite dal colosso tedesco Thyssenkrupp.

Ora, com’è possibile che un terreno sia stato ceduto più volte dai missionari a soggetti concorrenti? E come mai la Santa Sede ha concesso più di un’ autorizzazione a diverse aziende per la medesima speculazione edilizia? Andiamo con ordine, e partiamo dal principio. Dal settembre 2004, quando l’immobiliarista Ziva Cohen (un imprenditrice, si legge nella segnalazione all’Aif, «condannata penalmente per frode» nel 2017) mette gli occhi sul terreno degli evangelizzatori.

L’appezzamento alle pendici dei monti della Giudea ha una storia antica. Fu acquistato nel 1873 da don Antonio Belloni. Un sacerdote del Patriarcato latino di Gerusalemme che decise di costruirci su un orfanotrofio per bimbi arabi e una “scuola agricola”. Nel 1891 padre Belloni cambiò ordine, passando a quello di Don Bosco: è allora che le proprietà e il podere entrarono nell’orbita della congregazione.

Passano i decenni, e la “scuola agricola” e l’orfanotrofio chiudono. Le piante di ulivo, la vigna e le preghiere restano le attività principali dei missionari. Ma agli inizi del nuovo millennio a Roma si accorgono che il tumultuoso sviluppo demografico e urbanistico della zona, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, sta trasformando il terreno comprato per pochi spicci da don Belloni in una potenziale miniera d’oro.

Ziva Cohen sa che la zona sta per diventare edificabile e così, attraverso tre sue società, fa ai preti una proposta di locazione a lungo termine. Un’offerta che, si legge nell’esposto dell’avvocato di Aka all’Aif, «prevedeva il corrispettivo di 24 milioni di dollari» a favore dei salesiani per l’affitto della terra. L’ordine accetta subito. Ma la validità della proposta era condizionata a un requisito preliminare: l’approvazione della stessa «da parte della Santa Sede». Sia nel 2005 sia nel 2007, dice Aka, il permesso fu negato.

Se ne ignorano i motivi. È un fatto, però, che i salesiani e l’immobiliarista non si danno per vinti. E decidono di stipulare, attraverso un’altra società della costruttrice chiamata Kidmat Eden, un nuovo accordo. Stavolta per un vero e proprio sviluppo immobiliare del terreno. Leggendo le carte, si scopre che la Cohen avrebbe ottenuto una commissione pari al 17 per cento del valore complessivo dell’operazione commerciale in caso lo sviluppo fosse andato a buon fine. Un fiume di denaro.

Vista la difficoltà di ottenere il nulla osta da Roma, la Cohen fa inserire nel contratto anche un’altra postilla: nel caso i preti avessero deciso, in futuro, di vendere o cedere in affitto lo stesso appezzamento ad altri soggetti, lei e la sua società avrebbe goduto di un diritto di prelazione.

Anche questa intesa, secondo la denuncia di Aka spedita all’Aif, non fu però mai approvata dal Vaticano. Tanto che dopo qualche anno, nell’impossibilità di andare avanti nel progetto immobiliare, la Cohen e i salesiani finiscono ai ferri corti. Un lodo arbitrale stabilì che «l’ordine avrebbe dovuto risarcire Kidmat Eden per aver impedito alla stessa, e in mala fede, di sviluppare il terreno». L’importo per la compensazione fu stabilito in 40 milioni di shekel israeliani, pari a oltre 10 milioni di dollari.

Fine della storia? Nemmeno per sogno. Passano le stagioni, cambiano i papi e i segretari di Stato, e nel 2013 l’economo Muller affida all’avvocato Shimron il compito di trovare nuovi compratori per il fondo. La prescelta stavolta è la Aka Development. I suoi rappresentanti dicono oggi all’Espresso che il contratto con i salesiani fu stipulato nel 2015, «dopo che il convento aveva offerto il terreno, tramite il suo rappresentante legale Shimron, a vari promotori immobiliari, presentandolo come una proprietà libera e disponibile». – Continua su FONTE
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