L’Italia in corsa sulla Via della Seta. Le opportunità superano (ampiamente) i rischi

22/03/2019 – È di grandissima attualità l’affaire degli accordi commerciali tra Italia e Cina. In questi ultimi giorni, si sono susseguiti commenti e dibattiti sulle opportunità e sulle reazioni internazionali a questo nuovo, o meglio rinnovato, asse commerciale.

L’Italia sembra decisa a riprendersi il primato e la posizione di privilegio che storicamente le appartiene da sempre nei rapporti con il Paese della Seta. Fu Marco Polo, viaggiatore e scrittore veneziano, che intraprese tra il 1271 e il 1295 un viaggio che lo avrebbe portato ad essere il primo testimone della cultura del Catai (l’allora Cina) e il primo ad aprire quella che oggi è denominata la Via della Seta. È di questi giorni la pubblicazione, ad opera della Farnesina, di un Overview dei rapporti Cina-Italia.

Da questo memorandum, si evince che le nostre esportazioni in Cina superano i 13,5 mld (in crescita del 22,2%), mentre le importazioni ammontano a 28,4 mld (+4%). L’Italia cosi conferma la sua posizione in ambito internazionale ed europeo collocandosi al quarto posto sia tra i Paesi esportatori che tra quelli importatori dalla Cina.

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La Cina da anni sta sperimentando una crescita significativa. È ormai trascorso circa un decennio dall’ingresso nell’OMC (dicembre 2001) e la Cina è balzata dall’ottavo al secondo posto tra le economie del mondo (anche se in termini di potere d’acquisto è già prima) e potrebbe superare gli Stati Uniti entro 15 anni (nello stesso periodo il PIL combinato dei BRIC avrà superato quello dei G7).

I due governi lavorano ormai stabilmente su un’agenda in cui hanno focalizzato le priorità dei due sistemi economici: le tecnologie verdi, l’agroalimentare, l’urbanizzazione sostenibile, i servizi sanitari e l’aerospaziale sono campi su cui Italia e Cina vogliono investire grazie alla complementarità tra le capacità tecnologiche e industriali italiane in questi settori e le necessità dell’importante e crescente sviluppo cinese.

Le realtà di business italiane e cinesi hanno già dal 2014 a disposizione il Business Forum Italia/Cina permanente – prima inesistente – che si affianca al dialogo intergovernativo, per facilitare scambio d’informazioni, conoscenze, proposte industriali e investimenti reciproci, ivi compresa partnership strategiche anche su mercati terzi.

Una riflessione va fatta sull’analisi SWOT (acronimo delle parole inglesi che significano rispettivamente punti di forza, punti di debolezza, opportunità, minacce) pubblicata dal Ministero degli Esteri Italiano. L’aspetto che maggiormente salta all’occhio è l’assenza totale di punti di debolezza e di minacce (tra queste ultime l’unica evidenziata è il rischio interno assolutamente contenuto); d’altra parte è certamente di rilievo il focus ed elencazione dei punti di forza e delle opportunità, numerosi ed importanti.

Anche le telecomunicazioni e l’ormai noto standard 5G (oggetto di una guerra commerciale tra USA e Cina e delle preoccupazioni dei detrattori dell’accordo Italia-Cina) non rappresentano una minaccia per la nostra sicurezza perchè il Governo Conte ha rinforzato la Golden Power (il potere di veto sulle aziende strategiche).

Sempre parlando di potenziali minacce, le infrastrutture strategiche, come i porti, sono di proprietà pubblica, il rischio di colonizzazione come al Pireo non esiste perchè l’Italia non si trova nella condizione in cui si è trovata la Grecia travolta dalla crisi.

Le polemiche che hanno anticipato la visita del presidente cinese Xi Jinping in Italia, per siglare il memorandum di intesa sulla Nuova via della Seta, ovvero il più grande progetto di investimento infrastrutturale internazionale della storia hanno montato un uragano diplomatico, che, per quanto strumentale, ci fornisce l’occasione di parlare di futuro delle relazioni commerciali e di porsi, per la prima volta dopo anni di arrendevole politica estera, in una posizione di vantaggio rispetto ai nostri alleati europei e americani.

Il progetto della Belt and road, infatti, coinvolge 68 nazioni e prevede finanziamenti (quasi un trilione di dollari) che potrebbero superare di 12 volte quelli del celebre Piano Marshall attraverso investimenti infrastrutturali in strade e porti per costruire nuove vie commerciali terrestri e marittime. L’Italia e il suo governo, fermo restando alcuni principi come il controllo sul nostro sistema economico, se vuole ottenere benefici tangibili per il proprio export, deve assolutamente partecipare a questa iniziativa e attirare investimenti che ricadranno positivamente sull’occupazione.

Tra i punti di forza, in particolare, va evidenziato il c.d. driver dei consumi, ovvero l’evoluzione dei gusti dei consumatori cinesi di reddito medio-alto, sempre più orientati a prodotti di qualità come quelli del Made in Italy, mentre tra le opportunità sono ora evidenziate quelle nel mercato di energia, acqua, gas ed infrastrutture (anche fognarie e di trattamento dei rifiuti), accanto agli storici settori di alimentare e tessile/fashion. – [outsidernews.it]
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