TORINO, il killer di Stefano Leo era libero per un errore: doveva essere in carcere già da 9 mesi

05/04/2019 – Non avrebbe dovuto trovarsi lì, Said Mechaquat. La mattina del 23 febbraio non avrebbe dovuto sedere su quella panchina di fronte al Po, dalla quale per quaranta lunghi minuti ha osservato la gente che passeggiava lungo il fiume aspettando una «persona felice» da uccidere. Quando ha accoltellato alla gola Stefano Leo, che sul volto aveva disegnati i tratti inconfondibili della serenità, il marocchino ventisettenne avrebbe dovuto essere in carcere da un pezzo. Da almeno nove mesi. Da quando, nel maggio 2018, la Corte d’Appello di Torino ha ritenuto inammissibile il ricorso che il suo difensore aveva presentato contro una condanna per maltrattamenti in famiglia pronunciata in primo grado il 20 giugno 2016: un anno e 6 mesi di reclusione senza la sospensione condizionale della pena. Di fronte all’ordinanza di inammissibilità depositata dai giudici della settima sezione, il verdetto è diventato definitivo. E per Said avrebbero dovuto aprirsi le porte del carcere.

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L’inceppo. Ma qualcosa si è inceppato nei meccanismi che regolano l’attività degli uffici giudiziari. E alla Procura non sarebbero stati trasmessi gli atti che avrebbero permesso di emettere un ordine di carcerazione. «Sono in viaggio da Roma verso Torino — ha commentato ieri pomeriggio il presidente della Corte d’Appello del capoluogo piemontese, Edoardo Barelli Innocenti —. Ho già chiesto una relazione su questo fascicolo e voglio capire al più presto come sia potuta accadere una cosa del genere». La confessione di Said Mechaquat arriva cinque giorni fa, domenica 31 marzo. Il ragazzo si presenta dai carabinieri e si autoaccusa del delitto sul lungo Po Machiavelli. «Sono stato io», spiega ai militari. «Ho ucciso Stefano Leo perché mi sembrava una persona felice». La sua confessione convince i sostituti procuratori Ciro Santoriello ed Enzo Bucarelli, ma anche il giudice per le indagini preliminari Silvia Carosio: al termine dell’udienza celebrata mercoledì, il gip decide di convalidare il fermo del ventisettenne sottolineando la sua «elevatissima aggressività priva di freni inibitori» e la sua «fredda lucidità». Nelle stesse ore, però, viene alla luce una vecchia condanna per maltrattamenti contro l’ex compagna e il figlio, inflitta a Said il 20 giugno 2016. Una vicenda che racconta la storia di un uomo violento che «ha ridotto l’ex compagna in uno stato di succubanza, costringendola a subire percorse e minacce». Ma emerge, soprattutto, che quel verdetto è diventato nel frattempo definitivo. Ma nessuno se n’è accorto.

Dopo la sentenza di primo grado
Succede che dopo la sentenza di primo grado, la difesa di Said ricorre in appello. Ma il ricorso viene giudicato inammissibile, perché «troppo generico». L’avvocato del giovane marocchino avrebbe dovuto quindi depositare un nuovo ricorso, ma in Cassazione. Ricorso di cui non c’è traccia. Stando così le cose, la condanna di primo grado a 1 anno e 6 mesi di reclusione diventa definitiva. Said deve andare in carcere, non può restare libero. I giudici del Tribunale non gli hanno infatti concesso la sospensione condizionale della pena. E non lo hanno fatto per due motivi. Perché quando era minorenne aveva ottenuto il «perdono giudiziario» in un processo per rapina. E perché quando ormai aveva compiuto i 18 anni era finito di nuovo nei guai per un’aggressione e una resistenza commesse a Milano tra il 2013 e il 2014. Come se non bastasse, anche il coinvolgimento del figlio minore nella condanna per maltrattamenti in famiglia del giugno 2016 avrebbe impedito a Said di chiedere e ottenere sospensioni o misure alternative alla detenzione. Ma è a questo punto che si inceppa qualcosa negli ingranaggi della giustizia. È il maggio del 2018 e la sentenza definitiva per maltrattamenti in famiglia resta in Corte d’Appello, anziché essere trasmessa all’ufficio esecuzioni della Procura. La mancata notifica impedisce al pubblico ministero di emettere un ordine di carcerazione nei confronti di Said. Che resta libero. Libero di accumulare denunce per il suo carattere violento, di perdere il lavoro e pure la casa. Libero, soprattutto, di andarsene a spasso per nove mesi, prima di incrociare la propria strada con quella di Stefano Leo, il 33enne di Biella aggredito lungo il Po perché quella mattina di fine febbraio aveva «un’espressione felice sul volto». – [FONTE]
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