Che silenzio sul Paese che riparte

11/04/2019 – Ci sono notizie che su certi giornali non ce la fanno proprio a resistere, e nelle edizioni online crollano quasi subito in coda ad altre cento, mentre sui quotidiani di carta si parcheggiano in poche righe in fondo alle pagine interne, quando non sono stravolte per essere spiegate esattamente al contrario. Così ieri c’è stato poco da stupirsi nel vedere il dato nazionale sulla produzione industriale letteralmente sparire dai siti delle maggiori testate, superato dalla foto del buco nero, i regolamenti di conti nel Pd dopo l’assoluzione dell’ex sindaco Marino e ovviamente il solito pianto delle grandi imprese sull’economia nazionale e le critiche al Def, cioè le previsioni finanziarie del Governo appena spedite ai controllori di Bruxelles.

Certo, fosse stato negativo, questo dato sarebbe rimasto in cima, abbondantemente commentato dai competenti del Pd, di Forza Italia e dei loro giornalisti di complemento, ma purtroppo per loro l’Istat segnala una nuova crescita della produzione industriale a febbraio, centrando la seconda variazione congiunturale positiva (+0,8%) dopo quattro mesi di cali. Insomma, la coda delle politiche economiche del precedente Governo ci ha lasciato in mutande, mentre già con i primi effetti del decreto dignità varato a luglio scorso si è invertita la rotta. Una lettura, questa, confermata anche dalla proiezione dell’Istituto nazionale di statistica su base annua, dove si registra una prima dinamica espansiva, con un aumento dello 0,9% rispetto a febbraio 2018.

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Tale risultato deriva principalmente dal buon andamento dei beni di consumo (+4,7% su base annua, +3,2% sul mese) e, in misura inferiore, dai beni strumentali (+1,5% su anno, +1,1% sul mese). Diminuisce invece in modo marcato l’energia (-4,1%) mentre più moderata è la diminuzione dei beni intermedi (-1,1%). Ora è chiaro che queste crescite, inserite in un contesto economico da tempo negativo, non bastano ad escludere una terza contrazione congiunturale consecutiva nel primo trimestre 2019, facendoci transitare dalla recessione tecnica a quella conclamata, ma adesso è più probabile che questo accada, e ciò cambierebbe lo scenario macro che più interessa ai grandi investitori, sottraendo l’Italia dall’imbarazzante posizione di recessione conclamata a quella più comoda di semplice stagnazione.

Ce ne sarebbe, dunque, da gioirne tutti, se non fosse che il nostro Paese preferisce sabotarsi da solo pur di non fare gioco di squadra. Così si continua a sparare contro ogni manovra del Governo, comprese quelle che non hanno ancora cominciato a distendere gli effetti, come il Reddito di cittadinanza e Quota cento. Retorica dello sfascio a parte, il quadro che abbiamo realmente di fronte resta complicatissimo, ma decisamente meno degradante di come ce lo raccontano. Sempre sui grandi giornali non c’è quasi traccia del boom registrato dalla nostra Borsa non su una settimana o su un mese, ma sull’intero primo trimestre di quest’anno.

Una crescita che non ha pari negli ultimi nove anni, e che se è vero non fa ancora recuperare tutte le perdite precedenti – quelle cioè cominciate quando a Palazzo Chigi c’erano gli Esecutivi con cui saltavano le banche – testimonia una fiducia dei grandi investitori internazionali sul nostro Paese e che piaccia o no anche su chi lo guida.

Lo spread sul nostro debito resta però alto, e questo è l’argomento principe utilizzato dai detrattori delle politiche dei gialloverdi, persino a costo del ridicolo visto che ai tempi di Berlusconi cacciato da Palazzo Chigi proprio per lo spread alle stelle, questo parametro adesso diventato sacro era una truffa e la prova provata del dominio antidemocratico dei mercati sulla sovranità popolare. La giustificazione penosa che viene data è quella di definire lo spread di allora indotto dalle banche tedesche, mentre il differenziale tra i nostri titoli del debito pubblico e gli equivalenti di Berlino intorno ai 250 punti è attribuito a misteriosi motivi esogeni, come se i Btp si vendessero da soli. La verità, come è semplicemente logico, sta in un evidente e gravissimo errore della Banca centrale europea, che ha interrotto troppo presto il quantitative easing, cioè l’immissione di liquidità monetaria sui mercati finanziari.

Al contrario degli Usa, dove questa stessa manovra è durata anni dopo la crisi scatenata dalla Lehman Brothers, in Europa i tedeschi ne hanno imposto una chiusura accelerata, tradendo lo stesso pilastro della Bce, cioé la stabilità monetaria e il conseguente livello del 2% per l’inflazione. Un livello abbondantemente mancato (se va bene l’Eurozona raggiungerà l’1,2%), e pertanto resta grottesco che a noi ci si faccia la lezione imponendo politiche virtuose e di austerità, mentre dalla Commissione di Bruxelles all’Eurotower di Francoforte non imbroccano una, e ci lasciano un’Europa ovunque in frenata. – [di Gaetano Pedullà – lanotiziagiornale.it]
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