Affaristi, politici e furbi: ecco chi c’è dietro il «fenomeno Greta»

18/04/2019 – C’è qualcosa di inquietante nel «fenomeno Greta», ora giunto da noi in occasione della Settimana santa. La ragazzina è ormai l’icona non soltanto dell’ambientalismo radicale, ma di tutta quella parte dell’opinione pubblica che ama semplificare ogni cosa sulla base di schemi moralistici.

Nel suo più celebre discorso, alla Cop-24 di Katowice, la Thunberg ha adottato toni giacobini per contrapporre la purezza dei suoi ideali giovanili agli interessi di quegli adulti potenti che terrebbero nel lusso una piccola porzione dell’umanità, proprio mentre sacrificano i diritti dei più deboli.

Com’è possibile che questa ragazza sia stata chiamata a parlare di fronte a esperti venuti da ogni parte del mondo? A Katowice la Thunberg è intervenuta come rappresentante di un’organizzazione che si chiama Climate Justice Now. Insomma, la rete dei movimenti ecologisti ha deciso di non mandare un cinquantenne consapevole della complessità dei problemi e ha giocato con grande freddezza la carta mediatica di un volto ancora infantile schierato a difesa del mondo intero.

Ovviamente, Greta conosce ben poco i temi di cui parla. Il cambiamento climatico è questione non semplice e si tratta, per giunta, solo di una parte del problema. Gli ecologisti immaginano soluzioni autoritarie, imposte da un potere globale, ma quanti hanno a cuore la libertà individuale sono legittimamente scettici di fronte a ciò.

Per giunta, è assurdo che si sia fatta di questa ragazza una sorta di rock-star presente a ogni consesso internazionale. E c’è da chiedersi fino a chi punto si spingerà il cinismo di chi ne sta utilizzando l’immagine per calcoli affaristici e per retorica manichea.

Quando verrà costruita la vicenda che è all’origine della piccola Greta, un giorno da Jean-Paul Juncker e subito dopo da papa Francesco, si scopriranno le ambizioni di una madre cantante che ha già scritto un libro («Scene dal cuore»), una dinamica società di marketing (la «We Do Not Have Time»), un think-tank creato dall’ex-ministra socialdemocratica Kristina Persson: proprio di quel partito che ha candidato la piccola al Nobel della pace.

Da tempo, i media svedesi stanno evidenziando vari lati poco edificanti della vicenda. In particolare, molti hanno sottolineato come dietro alla società «We Do Not Have Time» vi sia Ingmar Rentzhog e il progetto di un nuovo social network volto a sensibilizzare il pubblico in materia climatica. L’obiettivo è di agganciare il mondo ambientalista in una sorta di Facebook tematico: ed è facile immaginare quali siano i risvolti commerciali dell’operazione.

Business is business, ma certo è ben poco nobile come viene detto a Stoccolma che questo uomo d’affari stia continuamente usando l’immagine della ragazza per raccogliere fondi. La cosa è stata apertamente denunciata dallo Svenska Dagbladet il 9 febbraio scorso. Il quotidiano era stato uno tra i primi a far conoscere la giovane, ma in seguito è rimasto scandalizzato dal comportamento di Rentzhog: che non è riuscito a trovare solidi argomenti per giustificare il suo operato. Su una cosa, allora, Greta ha certamente ragione: qualche volta gli adulti sono feroci. Soprattutto quelli che le sono più vicini. – [IlGiornale.it]
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