In Puglia e Basilicata più scorie e radiazioni che in zone con centrali atomiche

05/06/2019 – Puglia e Basilicata messe assieme, pur non avendo mai avuto una centrale nucleare sul proprio territorio (anche se un progetto in tal senso vi fu per Nardò, nel Salento), hanno centinaia di metri cubi di materiali radiotossici in più di quanti se ne trovino in Campania e in Emilia Romagna dove pure sono, rispettivamente, la centrale di Sessa Aurunca, nel Casertano, e quella di Caorso, vicino Piacenza. Per non parlare dell’ammontare delle radiazioni, campo in cui la Basilicata batte il Lazio. Ad affermarlo, dopo molti decenni di attività atomiche (dichiarate e “sotterranee”) durante i quali sono “volati” numeri in libertà circa il patrimonio radiotossico italiano è l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), che ora pubblica un «Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi».

Ed è una buonissima notizia giacché è la prima volta che il nostro Paese può contare su un dossier prodotto da un ente statutariamente terzo rispetto alle agli attori atomici italiani. L’Isin, infatti, è diventato operativo soltanto il primo agosto del 2018. Fino ad allora, nonostante l’ovvietà di avere un controllore dichiaratamente indipendente e nonostante le richieste in tal senso di Euratom e Iaea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica), gli italiani non avevano nemmeno potuto godere di questo genere di presidio scientifico-democratico.

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È un primo passo, dunque, nella direzione dell’ordinato procedere. Sebbene non possiamo tacere che la strada sia ancora molto lunga sia da un punto di vista operativo (l’Isin è sotto organico, tanto per dirne una), sia da un punto di vista normativo (per esempio il Belpaese rischia di essere deferito alla Corte di giustizia europea per ritardi nell’adeguamento alle disposizioni Euratom in fatto di «norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni» della popolazione e dei lavoratori), sia sul fronte della trasparenza (su queste pagine abbiamo dato conto di come sia stato opposto il segreto di Stato alle richieste della «Gazzetta» di conoscere «come» si intenda procedere per smantellare l’Impianto trattamento elementi combustibili-Itrec che si trova in Basilicata, a Trisaia, cioè a 78 km in linea d’aria da Taranto, 108 da Bari).

Ma, tant’è, visto che un inventario c’è andiamo a scoprire cosa dice l’Isin, tenendo però a mente che i dati sono comunque un po’ vecchiotti giacché sono aggiornati al 31 dicembre 2017. Ebbene, in Puglia ci sono 1.007 metri cubi di quelli che vengono definiti «rifiuti radioattivi» e pare non siano al top della classifica di feralità giacché la loro attività complessiva è pari a 37 miliardi di Becquerel (la radioattività presente di una determinata quantità di materia si misura in Becquerel; ndr). Se non sono molti di più, è grazie alla bonifica coordinata dalla Commissario Vera Corbelli che, d’intesa con la Società Gestione Impianti Nucleari (la Sogin è una Spa a controllo pubblico) è riuscita a togliere almeno i fusti più «attivi» dal deposito mezzo marcio della ex Cemerad di Statte, in provincia di Taranto.

Tutt’altra storia nella vicinissima Basilicata. Il volume di rifiuti radioattivi è il triplo, pari a 3.250 metri cubi, ma la mole di radiazioni è enormemente maggiore: 267.007 miliardi di Becquerel. A ciò vanno aggiunte le 64 barre uranio/torio, quelle importate dagli Usa e che nessun Governo finora è riuscito a «esportare» altrove. Queste, da sole, hanno un’attività pari a 1.562 migliaia di miliardi di Becquerel (migliaia di miliardi, non miliardi!). Per cui, sommando le due voci, secondo l’Isin in Basilicata c’è materiale per 1.829 migliaia di miliardi di Becquerel.

Per capire l’ordine di grandezza, in Campania sono 366; nel Lazio sono 989,2. E, visto che vicino Roma c’è la centrale plutonigena di Latina (le cui barre di combustibile sono state prodotte in un impianto lucano) questo lascia intendere che lo smantellamento dell’eredità nucleare laziale è progredita in modo ben spedito.

Tutto questo ammasso di veleni dovrà, stando ai piani governativi, essere stoccato in un’unica area. Non è ancora chiaro quale regione italiana si aggiudicherà il deposito nazionale dei materiali a bassa e media attività e quello, definito «temporaneo», per l’alta attività e lunga vita. L’elenco delle aree idonee è pronto da anni ma resta chiuso nei cassetti dei vari Esecutivi. Evidentemente, anche se i politici cambiano, la paura di indispettire le popolazioni-votanti è sempre la stessa. – [LaGazzettadelMezzogiorno.it]
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