Consigliere di Fratelli d’Italia arrestato per ‘ndrangheta

04/07/2019 – E. M., consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Ferno (Varese) e P. F., coordinatore regionale dei cristiano-popolari, sono tra i 34 destinatari dell’ordinanza emessa dalla Dda di Milano sull’indagine “Krimisa” che ha colpito la locale di Legnano-Lonate Pozzolo.

M. è stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso mentre Falvo è stato denunciato per voto di scambio e nei suoi confronti è stata effettuata una perquisizione.

Secondo quanto riferito dall’ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta (arrestato nel 2017 in un’altra indagine e non indagato in questa inchiesta), Falvo avrebbe avuto un ruolo di intermediario con le cosche per fargli ottenere un pacchetto di 300 voti in cambio dell’assunzione ad assessore alla Cultura di Patrizia De Novara, nipote di Alfonso Murano, ucciso il 28 febbraio del 2006 con sei colpi di pistola al in via Piantanida, a Ferno, mentre era al vertice della locale di Lonate Pozzolo. “L’incarico è stato effettivamente assegnato – hanno spiegato gli inquirenti in conferenza stampa – e quando l’assessore è stata invitata a un incontro sulla legalità, per coerenza con la propria storia ha preferito non partecipare”.

M. era presidente della commissione commercio e attività produttive, posizione nella quale, secondo l’accusa, poteva controllare per conto delle cosche gli investimenti e i terreni appetibili dai clan per la costruzione dei parcheggi. Misiano, inoltre, sempre secondo gli inquirenti, non era solo un fiancheggiatore, ma proprio un interno alla ‘ndrangheta: quando i capi della cosca Farao-Marincola di Ciro’ Marina, che controllava la locale di Lonate Pozzolo e Legnano, venivano a Milano per i summit di ‘ndrangheta era lui a fare da autista; con particolare assiduità infatti accompagnava il boss Giuseppe Spagnuolo agli incontri con gli emissari locali. Sul suo profilo Facebook c’è anche la classica foto d’ordinanza con la leader del suo partito Giorgia Meloni.

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L’inchiesta Krimisa
Nell’ambito dell’inchiesta Krimisa il gip della procura di Milano ha disposto il sequestro di due parcheggi privati, “Malpensa Car Parking” e “Parking Volo Malpensa”, oltre a metà delle quote della società “Star Parkings”, che non si trovano nell’area aeroportuale. In totale il decreto ha consentito di sequestrare beni per un valore complessivo di 2 milioni di euro. I carabinieri sono riusciti a documentare summit criminali durante i quali, oltre alle questioni prettamente politiche, c’era anche la pianificazione imprenditoriale della cosca, i cui proventi erano investiti in parte nell’acquisto di ristoranti e di terreni per la costruzione di parcheggi poi collegati con navette all’aeroporto.

L’operazione, che trae il nome dall’antico nome greco di Cirò Marina, in Calabria, ha dimostrato il collegamento tra la locale di Lonate Pozzolo e Legnano (Milano) con la terra d’origine. Gli ‘ndranghetisti, molti dei quali colpiti già nel 2009 e nel 2010 da lunghe pene detentive nell’ambito delle indagini Bad Boys e Crimine infinito, avevano “ricostruito” completamente la loro organizzazione in Lombardia, e ora puntavano sul controllo dei parcheggi intorno allo scalo internazionale, diventato “più appetibile economicamente ora che Linate è chiuso per 4 mesi”, ha fatto presente la pm antimafia Alessandra Cerreti, che insieme al numero uno della Dda Milanese, Alessandra Dolci, ha coordinato l’indagine.

Le cosche contro l’imprenditore
L’unico a rompere il silenzio è stato un imprenditore locale, che avrebbe voluto acquisire un terreno per costruirvi un parcheggio: infinite le pressioni delle cosche, anche indirettamente tramite un consulente del lavoro, ora ai domiciliari, “che si fingeva neutro ma era in realta’ portatore di interesse dei mafiosi”. Tra coloro che inviavano messaggi intimidatori, anche una giovane incensurata, fidanzata del figlio del boss, al quale era intestato uno dei parcheggi già in mano alla ‘ndrangheta. “La presenza di un imprenditore che denuncia ci dà speranza: è la prima volta in Lombardia” ha sottolineato l’aggiunto Dolci.

“La realizzazione del maggior profitto attraverso una molteplicità di condotte illecite, tra le quali il condizionamento della attività amministrativa e politica locale”, si legge nell’ordinanza firmata dal gip e che riguarda 34 persone, “dimostra l’esistenza di un gruppo di soggetti che, strettamente vincolati da un patto criminale e consapevoli del legame con la cosca Farao-Marincola e dell’appartenenza alla associazione mafiosa ‘ndrangheta unitaria”, gode “di una propria organizzazione e di regole, di una autonoma struttura piramidale e di un elevato grado di autonomia, pur nel rispetto dei collegamenti con la locale cirotana”. Da un lato c’è la locale capeggiata da Vincenzo Rispoli, Mario Filippelli ed Emanuele De Castro, dall’altro Giuseppe Spagnolo, referente della cosca di Cirò e non nuovo a inchieste giudiziarie. Un legame evidenziato da contatti frequenti.

Quello che emerge nell’area varesina è una sorta di antistato, la cui esistenza “è percepita e riconosciuta da tutta la cittadinanza, e dunque anche dai soggetti estranei al sodalizio. I cittadini ad essa si rivolgono per recuperare un credito o per sanare un torto”, ma anche per risolvere diatribe tra coniugi. C’è chi si rivolge per ottenere l’ok allo spaccio di piccole quantità di droga o per capire “chi appoggiare politicamente per le elezioni amministrative” del 10 giugno 2018. “Per mantenere viva nella popolazione la percezione dell’esistenza e, soprattutto, della pericolosità del sodalizio, i sodali – si evidenzia nell’ordinanza di quasi 900 pagine – ricorrono spesso a forme di violenza gratuite e plateali”. – [NextQuotidiano.it]
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