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Arrestato Bellomo, l’ex giudice che imponeva la minigonna alle borsiste. «Faceva contratti di schiavitù sessuale»
luglio 9, 2019 Ambiente e salute

09/07/2019 – Minigonna e tacco 12, obbligo di rispondere al telefono entro il terzo squillo, punizioni in caso di violazione del codice di comportamento, e richieste di scuse da pronunciare in ginocchio. C’è questo e altro nell’ordinanza di custodia cautelare della magistratura barese che ha messo agli arresti domiciliari l’ex giudice del Consiglio di Stato Francesco Bellomo, 49enne barese accusato di maltrattamenti nei confronti di quattro donne, tre ex borsiste e una ricercatrice della Scuola di Formazione Giuridica Avanzata “Diritto e Scienza” di cui Bellomo, destituito dalla magistratura, è tuttora direttore.

Risponde anche di estorsione nei confronti di un’altra corsista, costretta a lasciare un lavoro in una emittente locale. Quando poi per queste condotte l’ex magistrato fu sottoposto a procedimento disciplinare, nel settembre 2017, avrebbe calunniato e minacciato l’attuale premier Giuseppe Conte, all’epoca vicepresidente del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa e presidente della commissione disciplinare chiamata a pronunciarsi su di lui. In particolare avrebbe accusato Conte e un’altra collega di «intento persecutorio» nei suoi confronti, motivato da «invidia». I fatti contestati risalgono agli anni 2011-2018. Le indagini dei Carabinieri, coordinate dal procuratore aggiunto di Bari Roberto Rossi e dal sostituto Iolanda Daniela Chimienti, hanno rivelato il «sistema Bellomo» che consisteva nell’adescare corsiste proponendo loro borse di studio a patto della sottoscrizione di un contratto che disciplinava «doveri», «codice di condotta» e «dress code».

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Con tutte le donne ritenute vittime, selezionate tramite un «test del fidanzato sfigato» dall’ex pm di Rovigo Davide Nalin (coindagato per i presunti maltrattamenti), Bellomo aveva instaurato relazioni sentimentali, imponendo loro tra le tante cose «il divieto di contrarre matrimonio a pena di decadenza automatica dalla borsa», «fedeltà» e «obbligo di segretezza» e un dettagliato «dress code» da «classico» per gli eventi burocratici a «estremo» per quelli mondani. Ma non era tutto. Alle ragazze sarebbero stati imposti «la cancellazione di amicizie e di fotografie pubblicate» su Facebook, «l’obbligo di immediata reperibilità» e «il divieto di avere rapporti con persone con un quoziente intellettivo inferiore ad uno standard da lui insindacabilmente stabilito». Bellomo, tramite Nalin che aveva il compito di vigilare sul rispetto del codice di comportamento da parte delle borsiste, controllava i loro profili social, i like a post e foto, gli spostamenti e le uscite, arrivando a litigare per una ceretta fatta nove giorni prima dell’appuntamento con lui.

E quando «le fidanzate non obbedivano», Bellomo le «umiliava, offendeva e denigrava», definendole «pezzenti», «animali» e «prostitute», pubblicando sulla rivista scientifica della Scuola dettagli intimi della loro vita, fino a minacciare azioni legali. Da una delle vittime avrebbe preteso che «si inginocchiasse e gli chiedesse perdono». Non «ha il significato della »sottomissione – scriveva Bellomo in un messaggio alla donna – ma della solennità. Con le forme rituali«. Durante le indagini sono state sentite numerose corsiste, acquisendo anche gli atti del procedimento in corso a Piacenza. Alcune di loro hanno dichiarato di aver sottoscritto un vero e proprio «contratto di schiavitù sessuale», dicendosi «impaurite», come se Bellomo «si fosse impossessato della mente» di quelle donne. Nei mesi scorsi le borse di studio sono state sospese, ma per il gip di Bari che ha disposto l’arresto – ritenendo attuali le esigenze cautelari – questo è irrilevante, perché «il servizio potrebbe essere riattivato a ottobre, con la ripresa dell’attività della Scuola». – [IlMessaggero.it]
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