Tassa su merendine e bibite, milioni di euro allo Stato e abitudini più sane: dall’Ungheria al Regno Unito, la “health tax” è un modello

24/09/2019 – Per recuperare 2 miliardi di euro da destinare alla scuola, il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti ha proposto di tassare oltre i biglietti, anche bibite gassate e merendine. La proposta non ha convinto Luigi di Maio mentre troverebbe d’accordo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che però ha preso tempo rispondendo così ai giornalisti appena arrivato a New York per partecipare ai lavori dell’Assemblea generale dell’Onu: “Non è deciso ancora nulla, la valuteremo insieme, ci ragioneremo e ci confronteremo”. Un’ iniziativa quella della tassa sulle merendine che fa discutere non solo i politici. La nostra Anna Di Russo ha ascoltato le ragioni dei consumatori e degli imprenditori di settore, ma anche di medici e famiglie.

Quella ungherese è un modello a livello internazionale. Nel Regno Unito lo Stato ha incassato meno di quanto stimava perché le aziende hanno abbassato la quantità di zuccheri in bevande e snack. In Danimarca è stata abolita perché danneggiava l’economia (con migliaia di posti di lavoro persi) perché i cittadini compravano gli stessi prodotti in Svezia e in Germania. La chiamano “health tax” ma anche “sin tax“, la tassa sul peccato. Cioè quello di soddisfare la gola con il consumo di zuccheri, andando a colpire bibite e merendine. Una proposta avanzata anche in Italia nelle scorse settimane dal ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti per finanziare la scuola (ma anche “attività utili e stili di vita sani”) e sostenuta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che l’ha definita “praticabile”.

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Ma oltre a raccogliere le critiche delle opposizioni, l’eventuale introduzione di una “sugar tax” ha creato tensione all’interno della stessa maggioranza con Luigi Di Maio che ha precisato di concordare col premier sulla riduzione delle tasse e non sull’introduzione di nuove.

Nel mondo, però, sono decine Paesi e città (in particolare americane) che hanno deciso di introdurla, per garantire allo Stato maggiori entrate da investire in sanità e progetti educativi e, magari, per alleggerire la spesa sanitaria legata alla cura di diabete, obesità e malattie cardiovascolari. E si tratta di una misura che va a incidere sulle abitudini alimentari dei consumatori, rendendole più sane, e sollecita i produttori a mettere a punto ricette con meno zuccheri. Obesità e diabete sono peraltro sempre più diffusi in Italia, dove un italiano su due è sovrappeso. L’obesità è “la seconda causa evitabile di tumori dopo il fumo” e chi è più a rischio abita a Sud e non è laureato.

Conseguenze sulla salute che si riversano anche sul bilancio dello Stato: nei Paesi occidentali, secondo uno studio realizzato dalla Fondazione Policlinico Tor Vergata nel 2012, i costi legati all’eccesso di peso gravano in media dal 4 al 10 per cento della spesa sanitaria nazionale e il Centro studio ricerca sull’obesità ha calcolato che nel 2016 in Italia l’impatto economico – che include calo della produttività e la mortalità precoce – è stato di 9 miliardi di euro. Guardando al diabete, invece, i malati nel nostro paese sono circa il 5% della popolazione, percentuale quasi raddoppiata negli ultimi trent’anni anche a causa dell’invecchiamento della popolazione, della diagnosi precoce e dell’aumento della sopravvivenza dei malati. Assistenza ambulatoriale, ospedaliera e trattamenti comportano un costo annuale per ogni diabetico di circa 2.800 euro, per un totale di circa 8 miliardi di euro. Spese che potrebbero essere finanziate direttamente, come fatto in altri Paesi, anche dalla tassazione di prodotti alimentari con troppi zuccheri o indirettamente da un minore costo per la collettività. Magari con uno stile di vita più sano e consumi più attenti. – [Continua su FONTE]
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