Fronda M5S, Di Maio: “Le 70 firme sul documento dei senatori non sono contro di me, è un malinteso”

26/09/2019 – È costretto a parlare di politica interna, Luigi Di Maio, durante la trasferta a New York per l’assemblea generale dell’Onu. Peggio, è costretto a parlare di grane interne al Movimento. Perché ieri l’assemblea dei senatori M5S per avviare la scelta del capogruppo si è rivelata uno sfogatoio di malumori. Ed è finita con un documento che mette nero su bianco la richiesta di rivedere i poteri del capo politico, di modificare lo statuto. Con l’obiettivo, da parte di alcuni, addirittura di destituire il leader sostituendolo con un direttorio. Impensabile fino a qualche mese fa.

Di Maio prova a minimizzare: “Sono stato eletto capo politico con l’80 per cento di preferenze, non con il 100 per cento ed è giusto che ci sia chi non è d’accordo ma far passare quelle 70 firme per 70 firme contro di me…”, dice il ministro degli Esteri ai microfoni di RaiNews 24. Insomma, Di Maio contesta l’interpretazione generale data a quelle 70 firme: una sorta di sollevazione contro il leader. Aggiunge: “Ci sono persone che potrei definire amiche e con cui lavoro ogni giorno che mi hanno chiamato e mi hanno detto che è un grande malinteso: ‘non è contro di te ma per rafforzare il gruppo parlamentare'”. E rilancia: “Nei prossimi mesi la mia idea di ristrutturare il Movimento con il Team del futuro e i Facilitatori regionali sarà portata avanti e avremo un’organizzazione che il Movimento prima non ha mai avuto”.

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Un clima, comunque, che consente al leader della Lega Matteo Salvini di tornare alla carica prospettando prossimi arrivi di parlamentari 5Stelle: “Mettetevi nei panni di chi ha fatto una battaglia nei Cinque Stelle per anni contro quelli del Pd perché erano corrotti e ci si ritrova alleato. Questo crea molto disagio, disagio che sarà palesato con alcune sorprese con dei passaggi verso la Lega”, dice. Ma dichiarazioni di questo tipo erano già arrivate nelle scorse settimane dal fronte leghista, senza nessun effetto (il vicesegretario leghista Crippa, prima della fiducia al Conte bis, aveva parlato di nove senatori in arrivo dal Movimento). E così si moltiplicano voci di transfughi in uscita anche verso altri gruppi. Solo voci, per ora.

La rivolta andata in scena ieri a Palazzo Madama unisce varie fonti di malcontento: quella di chi non ha gradito la nascita del governo giallo-rosso e quella di chi è deluso perché escluso dagli incarichi di governo. A guidare la fronda dei malpancisti è – anche se fuori dal Parlamento – l’ex deputato 5Stelle Alessandro Di Battista. Ma in Senato, dove i numeri per la maggioranza sono in bilico, la corrente dei delusi conta personalità in vista come Barbara Lezzi, Michele Giarrusso, e lo stesso Danilo Toninelli che non ha contrastato la protesta. E che risulta il favorito nella corsa al ruolo di capogruppo.

Da New York intanto Di Maio ha parlato anche di Moscopoli, perché ieri il premier Giuseppe Conte è tornato a sollecitare un intervento di Matteo Salvini per chiarire la posizione della Lega sui fondi russi: “Invece di provare a portare in Parlamento l’uomo che da ministro neanche ci è voluto venire a riferire su quel caso – dice a SkyTg24 – sosterrei l’idea di una commissione di inchiesta non soltanto sul caso specifico, ma su tutti i finanziamenti ai partiti degli anni scorsi”. E aggiunge: “Penso anche che il governo sia caduto per una serie di ragioni, tra queste c’era anche la volontà della Lega di non far partire quella commissione: mi auguro che in questa nuova esperienza di governo ci sia il consenso in Parlamento per far partire la commissione d’inchiesta sui fondi ai partiti”. Qualche ora dopo, il capo politico 5Stelle incassa – anche rispetto al fronte interno – un successo politico: la calendarizzazione del taglio dei parlamentari per il 7 ottobre. – [Repubblica.it]
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