Domani via 345 parlamentari. È l’ultima battaglia anti-casta

07/10/2019 – Salvo sorprese, meno di 48 ore separano i 5Stelle da una delle loro ultime, ma non meno rilevanti, battaglie anticasta. Oggi infatti arriva alla Camera la riforma costituzionale per tagliare il numero dei parlamentari. Dopo la discussione generale, il voto definitivo è previsto per domani. Da 630 deputati e 315 senatori si passerebbe a 400 e 200: 315 onorevoli in meno con annessi risparmi su collaboratori, staff, pensioni. L’iter è partito a febbraio scorso. Per approvare definitivamente la riforma serviva un doppio passaggio in ognuna delle due Camere: in Senato ci siamo già, a Montecitorio manca l’ultimo voto. La maggioranza giallorosa ha trovato l’accordo per dare il via libera (i dem finora hanno votato contro nei diversi passaggi), fissando anche l’agenda per altre riforme “collegate”, sempre di tipo costituzionale, e di quella elettorale. Serve la maggioranza assoluta. Favorevoli al taglio, almeno finora, sono stati anche FdI e FI (che però scioglierà la riserva solo domani). La Lega lo è stata ma ora tentenna. “Se è una roba seria la votiamo, se è il mercato delle vacche, allora no”, ha detto venerdì Matteo Salvini.

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Cosa prevede. Se la riforma passerà il vaglio del referendum confermativo – qualcuno deve però chiederlo (la Lega ha già annunciato che lo farà) – i deputati, come detto, passerebbero da 630 a 400, i senatori da 315 a 200 (gli eletti all’estero da 18 a 12). Ogni regione – escluse Val d’Aosta (uno) e Molise (due) – non potrà avere meno di tre senatori (prima erano 7), quelli a vita non potranno essere più di 5. Il taglio scatterà dal primo scioglimento delle Camere. Aumenterà notevolmente il numero degli abitanti per deputato, che passerà da 96 mila a 151 mila. Il numero di abitanti per ciascun senatore crescerà da 188.424 a 302.420. Uno dei rapporti più alti in Europa.

Gli effetti. Con 345 parlamentari in meno non sarebbero secondari. Il primo e più ovvio riguarda il funzionamento delle Camere (dai componenti delle commissioni alle bicamerali al quorum per la formazione dei gruppi). Un altro effetto è la diminuzione della platea che elegge il capo dello Stato (da 1.008 persone a 673). Il terzo, e più rilevante, riguarda invece gli effetti sui collegi del Rosatellum – un terzo dei seggi uninominali, il resto proporzionali – che andrebbero ridisegnati e qui interviene una legge ordinaria (che viaggia parallela al ddl costituzionale) che delega il governo a farlo.

Se la legge rimane quella, pasticciata, di ora i collegi si amplierebbero notevolmente. Secondo i calcoli di Federico Fornano (LeU) ogni collegio uninominale alla Camera sarà da 400 mila abitanti in media, in Senato da 800 mila con punte oltre il milione (Abruzzo). La distorsione si ridurrebbe con una legge del tutto proporzionale, su cui – in teoria – la maggioranza è orientata (il Pd la voleva fortemente prima della scissione renziana).

I risparmi. Il ddl, secondo i proponenti, comporta un risparmio di 100 milioni di euro all’anno, mezzo miliardo a legislatura. Cifre verosimili. In media lo stipendio di un parlamentare (indennità tassata più rimborsi spese esentasse) è intorno ai 240 mila euro lordi annui, in totale 220 milioni e dispari, più o meno la cifra totale messa a bilancio dalle Camere (225 milioni la previsione sul 2019). Con 345 parlamentari in meno il risparmio supera di poco gli 80 milioni, a questi va aggiunta la riduzione della spesa per i finanziamenti pubblici ai gruppi parlamentari (oggi pari a circa 50 milioni). Il risparmio, va detto, si riduce se si considera solo la spesa al netto delle imposte e dei contributi pagati dai parlamentari. – (di Marco Franchi – Il Fatto Quotidiano)
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