“Niente conflitto di interessi”. Così l’Antitrust assolse Conte

30/10/2019 – “Illustre presidente… si comunica che l’Autorità, nell’adunanza del 23 gennaio 2019, ha ritenuto di non dover avviare alcun procedimento ai sensi della legge 20 luglio 2004 numero 215, non ritenendo sussistenti i presupposti per l’applicazione della legge”. È il contenuto della lettera con la quale l’Antitrust, nel gennaio scorso, liquida la questione di un presunto conflitto di interessi di Giuseppe Conte. È un atto che tiene al riparo il premier dalle accuse di aver favorito gli affari di Raffaele Mincione, azionista della società Fiber 4.0 per la quale in passato, e nel suo ruolo di avvocato Conte ha svolto una consulenza pagata 15 mila euro. Di Mincione si è occupato in passato L’Espresso in merito a un fondo vaticano gestito dal finanziere e usato per comprare un palazzo nel centro di Londra.

Ma questa è un’altra storia, che non riguarda i chiarimenti chiesti dall’Antitrust a Conte in un carteggio – di cui Il Fatto è in possesso – che vi è stato tra il 21 e il 24 gennaio scorso. Piuttosto i chiarimenti riguardano il parere legale – già noto da tempo, ma rilanciato due giorni fa dal Financial Times come caso di un presunto conflitto di interessi – reso da Conte (ben prima di diventare premier) alla Fiber 4.0: era il 14 maggio 2018. In quel momento, la società contendeva il controllo di Retelit, uno dei principali operatori italiani di servizi digitali e infrastrutture nel mercato delle telecomunicazioni.

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La scalata alla società tra Mincione e i libici
La cordata di Mincione e quindi della Fiber 4.0 non riesce ad avere la meglio su altri competitor come la Libyan Post Telecommunication: stringendo un accordo con il fondo tedesco Axxion, gestito da Shareholder value management, alla fine i libici prenderanno il controllo di Retelit. A maggio 2018 così la cordata di Mincione si rivolge a Conte. Secondo il parere, il voto dell’assemblea dei soci chiamata a eleggere il nuovo cda avrebbe potuto essere impugnato dal governo, ai fini della normativa del golden power – i poteri speciali sulle aziende strategiche – visto che Retelit detiene asset delicati (i cavi sottomarini che collegano l’Europa all’Asia, passando per Bari). Il cambio di governance, infatti, non era stato notificato al governo, come prevede invece la normativa.

Il Cdm di Salvini e l’attacco di Anzaldi
Quindici giorni dopo, Conte viene nominato premier. Il 7 giugno 2018 il Consiglio dei ministri decide di esercitare il golden power su Retelit. Conte si astiene: si trova in Canada per il G7. A presiedere la riunione è l’allora vicepremier Matteo Salvini (che ora se n’è evidentemente scordato, tant’è che chiede “chiarimenti” a Conte e invoca “dimissioni”).

Già in quei giorni scoppiano le polemiche. Il renzianissimo deputato Michele Anzaldi parla di un “conflitto di interessi clamoroso e senza precedenti”. È lo stesso Anzaldi che sei mesi dopo, a gennaio 2019, vedrà profilarsi un altro possibile conflitto di interessi: stavolta in merito all’approvazione del decreto “Salva-Carige”. Anche qui il nodo riguarda il solito Mincione, azionista di Banca Carige. Il finanziere è notoriamente in ottimi rapporti con Guido Alpa, tra i maggiori civilisti e in passato consigliere dell’istituto ligure. È il professore che, pur non avendo costituito con Conte uno studio associato, in passato ha lavorato nello stesso ufficio con l’attuale premier.

La segnalazione di Anzaldi viene inviata all’Anac, che la inoltra a sua volta all’Antitrust.
È così che l’Autorità invia a Palazzo Chigi una prima lettera di richiesta di chiarimento: è il 21 gennaio 2019. “Con riferimento all’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del decreto legge 8 gennaio 2019 recante ‘Misure urgenti su Banca Carige’, sono pervenute talune segnalazioni che riguardano situazioni di potenziale conflitto di interesse derivanti, inter alia, da precedenti rapporti professionali con uno degli azionisti della banca, Raffaele Mincione”. L’Antitrust chiede dunque a Conte di “conoscere se, nel corso della sua precedente attività professionale, ha svolto attività di consulenza per la società Fiber 4.0 (…) e quando si è conclusa questa attività”. E ancora: “Si chiede di confermare di non aver partecipato alla deliberazione del provvedimento del 7 giugno 2018”, quello sul golden power.

“Nessun procedimento da avviare”
Lo stesso giorno arriva la risposta di Conte. Il premier spiega il parere pro veritate per Fiber 4.0, precisa di non aver “mai conosciuto e intrattenuto rapporti di consulenza o personali, neppure per interposta persona, con Mincione (…) né in occasione del suddetto parere né in altre circostanze”. “La redazione del parere – scrive Conte – è stata l’unica attività professionale prestata in favore di Fiber 4.0”. E conferma di non aver partecipato al Cdm in oggetto.

Il 24 gennaio, la risposta dell’Autorità: in un’adunanza del 23 gennaio 2019 si è stabilito che per le questioni di cui si è detto, in base alle norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi, non vi erano i presupposti per avviare alcun procedimento. Almeno per l’Antitrust il caso è chiuso. – (di Valeria Pacelli – Il Fatto Quotidiano)
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