Regione Puglia, il capo di gabinetto di Emiliano indagato per truffa con la moglie: “Un incarico da Ladisa”

20/11/2019 -Si sdoppia l’inchiesta della Procura di Bari sulla Ladisa, il colosso della ristorazione che è stato nuovamente visitato dagli uomini della guardia di finanza su disposizione della pm Savina Toscani. Gli investigatori hanno acquisito atti relativi a un secondo filone d’indagine in cui sono coinvolti il patron dell’azienda Vito Ladisa; il capo di gabinetto della Regione, Claudio Stefanazzi, e la moglie di quest’ultimo, Milena Rizzo.

Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo, sono truffa e abuso d’ufficio, a causa di presunti illeciti che sarebbero stati commessi nella gestione dei Piani formativi aziendali di Ladisa, finanziati dalla Regione per 1,3 milioni di euro di fondi comunitari e realizzati dalla Dinamo, la società di formazione e consulenza con sede a Lecce che sarebbe riconducibile a Milena Rizzo, anch’essa visitata ieri dalla finanza.

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Stefanazzi e Ladisa sono indagati anche in un’altra inchiesta della Procura di Bari che coinvolge il presidente Emiliano per presunti illeciti legati al finanziamento della campagna elettorale per le primarie del Pd del 2017.

Nell’inchiesta sulle primarie (nella quale sono coinvolti anche altri due imprenditori), si ipotizzano i reati, a vario titolo contestati, di abuso d’ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità (entrambi i fatti risalenti al 2018) e concorso in reati tributari per l’emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

L’ipotesi accusatoria è che il governatore pugliese in concorso con il suo capo di gabinetto avrebbero indotto due società pugliesi, tra cui Ladisa, “entrambe in rapporti con la Regione Puglia per finanziamenti, contributi e concezione di servizi”, a pagare un debito ad un’agenzia di comunicazione che aveva curato parte della campagna elettorale di Emiliano per le primarie del Pd del 30 aprile 2017.

“Gli atti pubblici depositati presso la Regione attestano il regolare ed effettivo svolgimento delle attività di formazione connesse al Piano” e “contestare la effettività della attività formativa effettuata significherebbe coinvolgere nell’eventuale reato una miriade di pubblici funzionari. Falsificare queste carte appare effettivamente piuttosto difficile”. Lo scrive in un post su Facebook Stefanazzi.

“L’accusa – si legge nel post – riguarda la gestione, da parte della società di cui mia moglie era dipendente fino ad un anno fa, di un PFA, Piano Formativo Aziendale. Il Piano Formativo Aziendale è uno strumento di finanziamento di iniziative di formazione della Regione Puglia a beneficio di tutte le aziende per la riqualificazione delle competenze dei propri lavoratori” e “tutti coloro che richiedono un PFA e che rispettano i requisiti, vengono finanziati”. – [Bari-Repubblica.it]
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