Marina e le figlie “avvelenate”, tre anni in carcere da innocente: “Ora voglio riabbracciarle”

29/11/2019 – Detenuta per 34 mesi con la falsa accusa di aver avvelenato le sue due figliolette. E’ l’incubo vissuto da Marina, 32enne napoletana, tornata libera nei giorni scorsi dopo la seconda assoluzione avvenuta nel giro di tre settimane. La donna era imputata per il tentato omicidio delle sue bambine di 3 mesi e 3 anni che – secondo le procure di Napoli e Roma – avrebbe provato ad avvelenare con medicinali letali: barbiturici, calmanti, sciroppi a base di ammonio, benzodiazepine.

“Io seguivo le istruzioni che mi erano state date” ha sempre provato a spiegare Marina che in carcere ha vissuto “un dolore che nessuno potrà mai cancellare“. A raccontare il suo calvario è il Corriere della Sera che ripercorre le tappe di questa dolorosa vicenda culminata con una doppia assoluzione (la prima lo scorso 29 ottobre in Tribunale a Roma, la seconda il 22 novembre a Napoli) perché “i valori di alcune sostanze nel sangue delle bimbe erano altissimi non perché Marina le stava avvelenando, ma perché l’organismo delle piccole non era in grado di metabolizzare velocemente quei principi attivi, che così ristagnavano negli organi per molto tempo, come se fossero state avvelenate”.

GENETISTA DECISIVO – Circostanza che nessuno tra primari, medici e infermieri del Santobono di Napoli e del Bambino Gesù di Roma aveva mai preso in considerazione, anche per la mancata comunicazione, con relativo passaggio di cartelle cliniche, tra i due ospedali. A dimostrare la malattia genetica delle bambine, che non riuscivano ad espellere i principi attivi dei medicinali, è stato un genetista nominato dalla difesa, rappresentata dall’avvocato del foro di Napoli Domenico Pennacchio.

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RISCHIO LINCIAGGIO IN CARCERE – Marina è stata in carcere dal 16 gennaio del 2017 fino a pochi giorni fa. Ha vissuto un vero e proprio incubo con le detenute del penitenziario di Pozzuoli che volevano linciarla perché la “legge” del carcere non accetta reati di questo genere che vedono come vittime i minori. Fu così trasferita a Benevento dove ha trascorso un lungo periodo senza poter crescere e allattare la sua terza figlia, che aveva partorito due mesi prima di iniziare il lungo periodo di reclusione.

LE DUE VICENDE – Per Marina le due procure hanno chiesto 12 e 14 anni reclusione per i due tentati omicidi che avrebbe commesso – sempre secondo l’accusa – a novembre 2015 e novembre 2016. La prima, Vittoria, 3 mesi, era arrivata al Santobono con vomito, diarrea, cianosi, irrigidimento del corpo. I medici sono divisi sulla diagnosi: epilessia o emiplegia alternante. La sottopongono a una cura con uno sciroppo a base di barbiturici e un altro medicinale a base sedativa. Dosi massicce che non portano a nulla perché Vittoria entra in coma per i farmaci in corpo. Dopo un mese, nonostante la terapia fosse stata sospesa, nel corpo della piccola ci sono ancora tracce di sedativi e ammonio. Circostanza che spinge i medici sbilanciarsi sull’avvelenamento, con la madre che viene segnalata al Tribunale dei minorenni. A novembre dell’anno dopo (2016) l’altra figlia, Asia, 3 anni, viene trasferita dal Santobono al Bambino Gesù di Roma a causa di una violenta crisi respiratoria. Nel passaggio da un ospedale all’altro non viene però trasferita la cartella clinica. Nel suo corpo i medici romani trovano benzodiazepine e accusano la madre.

L’INCUBO CONTINUA – “L’autorità giudiziaria ha saputo valutare i fatti libera da pregiudizi, tutti coloro che si avvicinavano alla vicenda delle due sorelline hanno sempre pensato che la mamma fosse colpevole e invece noi avevamo una valutazione diversa e l’abbiamo dimostrata con i fatti” racconta l’avvocato Pennacchio che non nasconde la soddisfazione per aver risolto un chiusa già segnato in partenza. Adesso è tornata a casa dove ha riabbracciato il marito e i suoi più stretti familiari. Non potrà però vedere le sue figlie che si trovano in una struttura protetta dopo la decisione della Procura dei minorenni di sospendere la patria potestà.

SINDROME DI POLLE – Secondo i magistrati Marina era affetta da una rarissima patologia: la sindrome di Polle (o Münchhause), un disturbo mentale che spinge un genitore ad infliggere un danno fisico ai figli per farlo credere malato e attirare invece l’attenzione su di sé. Una perizia dei pm la inchiodava, ma una della difesa smontava del tutto la tesi. Marina subisce due perizie psichiatriche che hanno dimostrato come non sia affetta da alcun disturbo della personalità ed è capace di intendere e di volere. Adesso Marina ha un solo desiderio: “Riabbracciare le mie figlie“. – [FONTE]
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