Tangenti per 35 milioni, Usa e Brasile indagano su Telecom Italia

10/01/2020 – Mega tangenti, per un valore complessivo che potenzialmente ha superato i 35 milioni di euro, finalizzate a conquistare il monopolio delle telecomunicazioni in Brasile.

E’ la campagna di corruzione che Telecom Italia avrebbe condotto tra il 2002 e il 2006, secondo i documenti ottenuti da La Stampa in cui si descrivono i dettagli dell’inchiesta, arrivata ora anche negli Stati Uniti. Il 12 dicembre 2019 il dipartimento alla Giustizia americano ha presentato una application alla United States District Court for the District of Columbia, ossia la capitale Washington, per l’incarico di un commissario allo scopo di soddisfare la domanda avanzata dal Brasile di ricevere aiuto nell’indagine.

La richiesta, riporta La Stampa, è stata fatta in base al trattato siglato dai due paesi nel 1997, per la reciproca assistenza nelle questioni criminali, e gli Usa l’hanno accettata. Perciò il dipartimento alla Giustizia ha sollecitato la nomina come commissario di Teresita Mutton, avvocatessa della Criminal Division nell’Office of International Affairs del ministero. Ma su cosa dovrà indagare la Mutton, e perché la vicenda tocca direttamente l’Italia? In base alle carte ottenute da La Stampa, “la Sesta Corte Federale Criminale del Brasile sta investigando sul finanziere Naji Robert Nahas per riciclaggio, corruzione passiva e attiva, dal 2002 al 2006″. In quel periodo Marco Tronchetti Provera guidava Telecom, e Silvio Berlusconi era a Palazzo Chigi. A Brasilia governava Cardoso, rimpiazzato poi da Lula all’inizio del 2003. Secondo le autorità del paese sudamericano, riporta ancora il quotidiano, “Nahas ha usato le sue connessioni con il governo brasiliano per ottenere un trattamento di favore da parte della Brazilian National Telecommunication Agency (Anatel), e dall’Agenzia antitrust (Cade), per la compagnia italiana di telecomunicazioni Telecom Italia”. Cosa voleva di preciso l’accusato? “Le prove accumulate nel corso dell’investigazione, inclusi gli interrogatori con i testimoni e le comunicazioni elettroniche, indicano che Nahas aveva convinto funzionari di Anatel e Cade a consentire che Telecom Italia vincesse un contratto per controllare un blocco di Brasil Telecom su base temporanea, nonostante essa fosse associata con il principale competitore di Brasil Telecom nel mercato delle telecomunicazioni, Tim Brasil. Tale controllo era stato in precedenza rigettato dal Cade, per preoccupazioni di natura antitrust.

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L’inchiesta, prosegue La Stampa, è già ben avviata, in entrambi i continenti coinvolti, e lo stesso Tronchetti era stato sentito negli anni scorsi. “In una dichiarazione data alle autorità italiane, la cui copia è stata ottenuta da quelle brasiliane, il dipendente di Telecom Italia Fabio Ghioni ha ammesso che Telecom Italia aveva dato a Nahas approssimativamente 5,4 milioni di dollari da usare per corrompere i pubblici ufficiali brasiliani, allo scopo di ottenere il controllo di Brasil Telecom. Per legittimare il trasferimento di tali fondi, Ghioni ha ammesso anche che Nahas aveva fatto un accordo di consulenza con Telecom Italia”. A questo punto entrano in scena gli Stati Uniti: “Le autorità brasiliane hanno ottenuto la copia di una ricevuta indirizzata da Nahas a Telecom Italia, per la ‘provvigione relativa a servizi di consulenza resi fuori dalla Repubblica Italiana’, ammontante a 100.000 dollari. La ricevuta dava direzioni a Telecom Italia affinché inoltrasse il pagamento sul conto corrente numero XX1070, aperto presso la Bank Audi di New York a nome di suo figlio, Robert Naji Nahas”.

Le dimensioni della corruzione però non si limitavano a queste cifre: “I record finanziari ottenuti dalle autorità italiane, che hanno condotto un audit dei conti bancari di Telecom Italia, rivelano che tra il 2 luglio del 2002 e il 31 ottobre del 2006, Telecom Italia ha trasferito 35.218.811 euro sul conto XX1070 della Audi Bank, intestato al figlio di Nahas, Robert Naji. Le autorità brasiliane hanno confermato che né Nahas, né suo figlio, hanno dichiarato questo trasferimento, in violazione della legge. Le autorità brasiliane notano che data l’illegalità dell’accordo di “consulenza” di Nahas con Telecom Italia, il trasferimento probabilmente rappresentava fondi usati in seguito da Nahas per corrompere i pubblici ufficiali brasiliani”.

Da qui la domanda di assistenza agli Usa, affinché aiuti a fare chiarezza sul transito dei soldi dall’Italia attraverso New York: “Per far avanzare l’investigazione, le autorità brasiliane hanno chiesto agli Usa di fornire la documentazione bancaria relativa al conto numero XX1070, aperto presso la Audi Bank a nome o per il beneficio di Robert Naji Nahas”. Il documento poi spiega le basi legali per cui l’amministrazione Trump ha ritenuto di accettare l’appello ricevuto dal governo guidato ora da Bolsonaro, e gli ampi poteri che avrà ora la commissaria Mutton per andare a fondo della questione, raccogliendo prove e ordinando gli interrogatori dei testimoni. Telecom Italia nel frattempo ha cambiato leadership, affidata ora a Luigi Gubitosi, e proprietà, oggetto di una recente contesa fra Vivendi e il fondo Elliott dell’investitore americano Paul Singer. I suoi interessi in Brasile però sono rimasti, e ora finiranno sotto la lente degli investigatori americani, insieme ai metodi usati dalla compagnia per la sua presunta campagna di corruzione.

In Italia l’indagine su Tronchetti è stata archiviata nel 2014. “Sul denaro sicuramente corrisposto a Nahas, nonostante si collochi in un quadro complessivamente suggestivo, è carente la ricostruzione certa della destinazione ai fini della corruzione…”, scrivevano nel 2014 i pm incaricati dell’inchiesta per corruzione internazionale che vedeva imputato Marco Tronchetti Provera in qualità di presidente di Telecom, sospettato di aver corrotto attraverso il finanziere di origini libanesi Naji Nahas, funzionari e politici del governo brasiliano per ottenere il controllo di Telecom Brasil. Vicenda per la quale alla fine, come si evince dalle motivazioni del gip Giuseppe Gennari, Tronchetti venne archiviato in quanto “i flussi di denaro hanno una possibile giustificazione lecita, e comunque non è dimostrabile che siano pervenuti a funzionari o politici stranieri”. – [FONTE]
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