Quell’errore lombardo del “tutti ricoverati”, di Antonio Padellaro

03/04/2020 – Non è il momento dei processi, ma quando si dovrà comprendere e analizzare la natura degli errori commessi teniamo a mente quanto dichiarato l’altroieri al Corriere della Sera dal virologo Giorgio Palù, a cui il governatore Luca Zaia ha affidato gli studi sul virus nella regione Veneto: “Nessuno si è ricordato della Sars. Che è stato un virus nosocomiale, così come lo è il Covid-19. A diffusione ospedaliera.

La scelta della Lombardia di trasferire i malati dall’ospedale di Codogno, che era stato il primo focolaio, ad altre strutture della regione, si è rivelata infelice”. Palù parla di “esportazione del contagio” da parte di chi ha agito sull’“onda emotiva del tutti dentro”, mentre “invece dovevano tenerne fuori il più possibile”.

Probabilmente è ciò di cui parlò Giuseppe Conte quando lo scorso 25 febbraio disse che uno dei focolai era nato “complice un ospedale che non ha osservato determinati protocolli”. Si riferiva a Codogno e subito fu accusato di sciacallaggio da parte dei vertici lombardi.

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Il premier tacque per non alimentare dannose polemiche, ma da ora in poi non si può più tacere alla luce di numeri spietati.

Uno in particolare: perché la Lombardia ha un tasso di mortalità che ha raggiunto anche il 14% mentre il Veneto è fisso sul 3,3%? Palù lo spiega anche con la diversa dimensione socio-morfologica delle due regioni: la densità dei condomini di Codogno-Lodi e i paesini sparsi dei Colli Euganei. Però c’è molto di più da capire: per il passato e presente, e per il futuro. Quando dopo Pasqua potrebbe cominciare quella che Conte definisce la fase di “convivenza con il virus” non si potrà ignorare che nella mappa del contagio la Lombardia resta un drammatico caso a parte.

Che protrarne l’isolamento dal resto del Paese non sarebbe una punizione ma una misura indispensabile. Conseguenza anche di certi sbagli purtroppo irrimediabili.
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