L’ospedale miracolo in Fiera di Milano ospita solo 3 pazienti. I dubbi dei medici: è propaganda

10/04/2020 – Prima 400 posti, poi 205. Prima una settimana per l’apertura dei primi moduli, poi 10 giorni, poi 14. Alla fine, l’opera di conversione dello spazio di Fiera Milano City a Portello in un «hub per la rianimazione», voluta dal presidente della giunta Lombarda Attilio Fontana, ha impiegato più tempo del previsto. E a dieci giorni dalla conferenza stampa in cui si annunciava l’ingresso a stretto giro dei primi 24 pazienti in terapia intensiva affetti da Coronavirus, la struttura apre le porte a soli 3 pazienti.

Da previsione, la “fase due” del progetto dovrà terminare tra 2 giorni (il 12 aprile), ma al 31 marzo, data della conferenza stampa che ha rappresentato l’unica fonte di informazione diretta per la stampa, alcune domande risultavano ancora senza risposta. La struttura resterà o verrà smantellata? «Quando sarà il momento la struttura verrà smontata», aveva detto Enrico Pazzalli (presidente della fondazione Fiera Milano). «No, non si sa ancora, il governo vuole replicarla quindi potrebbe restare», aveva immediatamente aggiunto Fontana.

E soprattutto, quali pazienti ospiterà? Ezio Belleri, direttore generale del Policlino di Milano – ente che ha preso in carico la gestione della struttura- aveva parlato di un carico da oltre 200 posti. Ma occupati da chi? Da chi è già in terapia intensiva nelle altre strutture ospedaliere o dai nuovi malati gravi? Altra domanda sviata in conferenza stampa («questo non lo sappiamo, vedremo», avevano detto in coro), ma estremamente importante per capire l’effettiva portata dell’opera, costata – come dichiarato ufficialmente – 21 milioni in donazioni raccolte dalla Fondazione Comunitaria (al 29 marzo si parlava di 1.560 donatori).

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A buttare altra benzina sul fuoco è stata anche la testimonianza anonima di un medico a Business Insider: «L’altra notte dal Policlinico ci hanno mandato un paziente da intubare (il terzo, ndr) perché non avevano posto nella loro terapia intensiva. Quel paziente è la dimostrazione che l’ospedale in Fiera non aggiunge neanche un posto in più alle terapie intensive già presenti a Milano. Ci si limita a spostarle da un luogo ad un altro, in questo caso dicono che hanno portato in Fiera il personale della Mangiagalli».

I letti pronti dovrebbero essere 53 (circa 48 dalla prima fase). Quanti sono i sanitari già a lavoro? Ufficialmente si era parlato di 1000 assunzioni a pieno regime tra medici, infermieri e altre figure di supporto. Al momento a lavorarci sono circa una cinquantina, che lavorano su turni giornalieri. E potrebbe essere proprio questa una delle ragioni del rallentamento: la difficoltà, in un momento di estrema emergenza nazionale, di trovare personale trasferibile. Si era cercato un accordo con il Piemonte, al quale la Lombardia aveva promesso 53 posti letto nel nuovo centro, ma a patto che gli mandassero 50 anestesisti. Un accordo che era poi finito nel nulla e che aveva creato non poche polemiche.

La cifra dei sanitari va a unirsi al caos dei numeri sulle riforniture di respiratori, non propriamente facili da reperire. «Sarà un vero ospedale, non un lazzaretto», aveva annunciato Guido Bertolaso, chiamato dalla Regione a coordinare i lavori. Ma oltre alle frasi a effetto e al lavoro impeccabile di operai, volontari e medici, di chiaro sul futuro (a breve e lungo termine della struttura) c’è ancora poco.

«Oggi con l’inaugurazione dello pseudo “ospedale” in fiera mi sento triste», ha commentato il 6 aprile il cardiologo Giuseppe Bruschi, Dirigente Medico I livello dell’ospedale Niguarda. «L’idea di realizzare una terapia intensiva in fiera non sta ne in cielo ne in terra…La Lombardia non aveva certo bisogno di dimostrarsi superiore alla Cina costruendo un “Ospedale” in fiera… bastava vedere quanto fatto da tutti i dipendenti degli Ospedali Lombardi che in questi 40 giorni hanno “creato” oltre 600 posti di rianimazione dal nulla, con il loro costante lavoro e sostanzialmente senza risorse…». – [di Giada Ferraglioni – open.online]
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