Fontana indagato, caso camici, favoritismi al cognato. Gallera parlò di 147 contagi, erano 4700

11/07/2020 – (da TGcom24) La Procura di Milano accende un faro sul governatore Attilio Fontana nell’inchiesta sulla fornitura da mezzo milione di euro di camici e altro materiale da parte della Dama, società di cui la moglie del presidente della Regione detiene una quota e di cui il cognato Andrea Dini è titolare. Quest’ultimo è indagato con il direttore generale di Aria Spa, la centrale acquisti della Regione Lombardia, Filippo Bongiovanni. Il reato ipotizzato è turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente.

Dai primi atti dell’indagine, coordinata dai pm Luigi Furno, Carlo Scalas e Paolo Filippini e dall’aggiunto Maurizio Romanelli, sarebbero emersi elementi che fanno ipotizzare un interessamento di Fontana – allo stato non indagato – nella fase di trasformazione dell’ordine di acquisto diretto in donazione. Dalle verifiche finora effettuate risulterebbe un “ruolo attivo” nella vicenda, sempre smentito dal governatore che già un mese fa aveva precisato, in una nota, di non essere “mai intervenuto in alcun modo”.

Altri particolari sarebbe emersi nelle ultime ore, con l’acquisizione negli uffici regionali dove ha sede la Consip della Lombardia da parte dei militari del Nucleo Speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza di contratti, note di credito, mail, documento di offerta, storno delle fatture. Altrettanto utili per far luce sulla questione sarebbero anche le audizioni di questi giorni di persone informate sui fatti, tra cui l’assessore Raffaele Cattaneo e Francesco Ferri, presidente di Aria, e giovedì per 7 ore di Carmen Schweigl, il responsabile della struttura gare.

Dalle carte raccolte quella dei camici si configurerebbe come una vera e propria fornitura, un ordine di acquisto diretto datato 16 aprile a Dama srl, che detiene il marchio di Paul&Shark, da parte di Aria. La sua trasformazione in donazione sarebbe stata simulata e sarebbe avvenuta dopo che la trasmissione ‘Report’ aveva iniziato ad interessarsi alla vicenda mettendo in luce un conflitto di interessi.

Le ricostruzioni investigative fatte finora legano lo storno delle fatture del 20 maggio ad una precedente intervista del 15 maggio di “Report” a Fontana. In quel frangente non sarebbero state poste domande dirette sul caso ma di più di ampio respiro. Per questo il governatore agli inviati della trasmissione televisiva aveva “già spiegato per iscritto – è il testo di una nota di circa un mese fa – che non sapevo nulla della procedura”.

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Tra i temi di indagine, oltre al fatto che il numero di mascherine poi effettivamente donate era minore rispetto a quello riportato nel contratto di fornitura e che lo storno delle fatture riguardava una cifra inferiore rispetto a quella pattuita, c’è anche quello che riguarda l’assessore Cattaneo, responsabile dell’unità regionale per il reperimento dei dispositivi di protezione anti-Covid: sarebbe stato lui a consigliare ad Aria di scegliere Dama, cosa che fa ipotizzare sia stato al corrente che si trattava di una fornitura da parte di una azienda legata alla famiglia Fontana.

Un altro punto che i pm intendono chiarire riguarda i 75mila camici al centro del contratto: 50mila sarebbero stati donati mentre i restanti 25 mila Dama spa avrebbe cercato di rivenderli. Cosa che fa ritenere che la donazione formalmente non si e’ conclusa. Le indagini, però, sono soltanto all’inizio.

(da il Fatto quotidiano) – Sullo scandalo lombardo dei pazienti Covid inviati nelle Rsa ora sta emergendo quello che il Fatto scrive da mesi. E cioè che quelli trasferiti sono stati molti di più di quanti ne ha sempre dichiarati la Regione: “Ne sono stati accolti solo 147, in 15 strutture”, ha continuato a dire l’assessore al Welfare Giulio Gallera. Ma le cose non sembra affatto che stiano così. Non in base ai documenti sequestrati dagli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria (come ha riportato ieri La Stampa), nel centro di smistamento dei pazienti che la Regione ha istituito al Pio Albergo Trivulzio di Milano. Documenti, acquisiti su ordine della Procura meneghina, che parlano di 7.500 pazienti, dei quali 4.700 Covid a bassa intensità e 2.800 negativi (anche se non tutti erano stati sottoposti al doppio tampone per escludere definitivamente la positività). Ma riavvolgiamo il nastro.

Era il 28 marzo quando il Fatto scriveva che i dimessi dagli ospedali perché clinicamente guariti, cioè senza più sintomi ma ancora con carica virale, venivano dirottati su hospice e Rsa. Scelta che allora aveva già riguardato almeno il 30 per cento di ottomila dimessi: vale a dire 2.400 persone, come precisato dallo stesso portavoce di Gallera, da noi interpellato nell’occasione. Dichiarazione stranamente ritrattata alcune settimane dopo: “Un mio errore”, il dietrofront del portavoce.

Arriviamo al 24 aprile, quando il Fatto, di fronte al silenzio della Regione Lombardia e delle Ats scopre, chiamando una per una le case di riposo, che il numero è ben diverso da quello dichiarato da Gallera: sono almeno 225. E i trasferimenti, a quella data, stanno proseguendo. Il presidente Attilio Fontana, l’assessore Gallera e le Ats continueranno a non rispondere, limitandosi a sostenere che le Rsa accoglievano i pazienti su base volontaria e solo a determinate condizioni, come la presenza di un’area autonoma, per evitare il possibile contagio degli anziani.

Non risponderanno nemmeno quando il Fatto, il 25 marzo, pone loro dieci domande. Primo: come è possibile che si parli sempre di 147 pazienti Covid e che a distanza di giorni e settimane il numero rimanga sempre invariato? Nel frattempo la “strage dei nonni” è già iniziata. La Regione Lombardia ha sempre sostenuto che gli anziani morti nelle case di riposo non possono dipendere dal ricovero di pazienti Covid. Ma è un fatto che l’Istituto superiore di sanità ha appurato, con una indagine che ha coinvolto il 43,1 per cento delle 678 Rsa presenti in Lombardia, che sono stati quasi 2.100 i decessi dall’1° febbraio al 5 maggio.

Ancora non si sa quanti dei 7.500 pazienti movimentati dal centro di smistamento del Trivulzio siano effettivamente finiti nelle Rsa, quanti in altre strutture sociosanitarie o centri per le cure intermedie: gli investigatori dovranno analizzare i documenti per ricostruire il percorso ospedaliero. “Ma era evidente fin dall’inizio che non potevano essere solo 147 in tutto – dice Cesare Maffeis, medico, presidente dell’associazione delle case di riposo del Bergamasco –. Solo nella nostra provincia ne abbiamo accolti molti di più. I numeri la Regione ce li ha ma non li fornisce. E non ha nemmeno un esperto di strutture socio sanitarie, si vede da come è stata scritta l’ultima delibera sulla riapertura delle Rsa, che non hanno ancora ricevuto nulla per aver aperto le porte ai pazienti Covid: cornuti e mazziati. La Regione Lombardia è sorda ma siamo pronti ad alzare la voce”.

Quanto all’effettivo numero dei morti, restano i dati dello Spi-Cgil, che ha fatto una indagine sul territorio regionale: cinquemila. “Un tasso di mortalità superiore del 400 per cento a quello degli anni precedenti”, dice il segretario regionale del sindacato, Valerio Zanolla.
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