La pacchia è finita. United dolors of Benetton

14/07/2020 – Quella di Aspi non ha nulla della storia imprenditoriale. I Benetton entrarono nella società agli inizi del 2000 rilevandone – attraverso la holding Schemaventotto – il 30% dall’Iri. Tre anni dopo erano già saliti al 50% recuperando metà di quanto avevano pagato. Il debito fatto per prendere l’intero capitale, circa 7 miliardi, fu scaricato su Autostrade. La famiglia veneta non ha speso né investito un euro, ma Aspi dal 2005 al 2018 ha distribuito dividendi per 9 miliardi alla controllante Atlantia, di cui i Benetton hanno il 30%: oggi, nonostante tutto, vale in Borsa più del doppio di quanto incassato dallo Stato dalla privatizzazione. La fortuna dei Benetton è stato il IV atto aggiuntivo del 2002 – governo Berlusconi, ministro Pietro Lunardi – che dava un’interpretazione assai generosa della formula tariffaria prevista dalla convenzione del 1997 siglata con l’Anas (già di per sé generosa, e in quanto tale dichiarata “illegittima” dalla Corte dei conti). Prevedeva ingenti investimenti per la realizzazione di terze e quarte corsie. Aspi avrebbe potuto ripagarsi gli investimenti con la crescita del traffico, invece furono pagati attraverso gli incrementi tariffari assumendo che non ci sarebbe stato aumento del traffico (che invece è salito, facendo incassare due volte i Benetton).

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La buona sorte di Benetton è continuata con la convenzione del 2007, governo Prodi, ministro Antonio Di Pietro. Un anno prima i Benetton avevano festeggiato le elezioni (vinte dall’Ulivo) finanziando con oltre un milione quasi l’intero arco parlamentare: Prodi, Margherita, Ds, An, Forza Italia, Lega Nord e Udc (solo 50 mila euro all’Udeur di Mastella). Quell’anno Di Pietro bloccò il progetto di fusione tra Autostrade e la spagnola Abertis (nel cui cda è entrato anni dopo l’ex premier Enrico Letta, allora sottosegretario).

Con la nuova concessione viene eliminato qualsiasi rischio per il concessionario di vedersi ridurre la tariffa in caso di aumento del traffico (dalla formula di calcolo sparì proprio il segno meno). Non è l’unica mostruosità. Nell’atto furono inseriti due articoli (9 e 9bis) che impongono allo Stato un indennizzo spaventoso (il valore attuale netto dei ricavi previsto fino al 2038) anche in caso di revoca della concessione per “grave inadempimento”. Una norma che per la Corte dei conti e per la commissione di giuristi del ministero delle Infrastrutture istituita nel 2019 è illegittima perché contraria al codice civile. – [Il Fatto Quotidiano 14/07/2020]
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