Le regole di ‘ndrangheta e gli sbirri: “Gratteri, per quanto è cornuto e bastardo, ha ragione”

01/08/2020 – “Ma infatti Gratteri ha detto, l’ho sentito io, più di una volta, e qua gli devo dare atto, per quanto è cornuto e bastardo.. Ha detto.. dice la ‘ndrangheta, la mafia, sono quei cinque, sei, che hanno i soldi.. gli altri sapete che sono? Tutti morti di fame”.

La ‘ndrangheta, la sua evoluzione, le sue regole, il disprezzo per i magistrati e gli sbirri. C’è tutto in questa intercettazione di un colloquio, captato durante le indagini che hanno portato all’operazione “Cassa continua”, fra Pietro Toscano e Antonio Laurendi: i due anziani esponenti di ‘ndrangheta finiti in manette all’alba di oggi.

E’ il 25 ottobre del 2017, Pietro Toscano e Antonio Laurendi discutono del processo nell’ambito del quale sono stati condannati, che come si vedrà aveva causato anche dissapori e fibrillazioni all’interno della cosca Labate. Dalla chiacchierata, secondo i magistrati della Dda, si evince come i due fossero “attualmente convinti difensori dei principi su cui si fonda la tradizionale criminalità organizzata, valorizzando la fedeltà alla cosca di appartenenza e il disprezzo per gli sbirri”.

Una ‘ndrangheta che, da qualche anno a questa parte, non era più la stessa e che era governata dai “Segreti”: sette “mammasantissima” che agiscono nell’ombra e non si fanno specie di entrare in contatto con le forze dell’ordine per garantire il proprio potere senza lo scrupolo di “consegnare” nelle loro mani qualche picciotto.

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Il discorso, come si legge nelle carte dell’inchiesta prendeva le mosse da un aneddoto di Pietro Toscano, il quale raccontava di quando, accettando l’offerta di 500 milioni di lire, aveva provato a corrompere il giudice Pasquale Ippolito, che presiedeva un processo in cui era imputato tale Nino”.

Chiusa questa parentesi, Toscano e Laurendi iniziarono a confrontarsi sul processo che li aveva riguardati e che, a loro dire, aveva registrato il totale disinteressamento della cosca Labate che, anzi, li “avrebbe venduti” per salvare altri affiliati da una condanna certa.

Questi dissapori, covati durante la detenzione, sarebbero esplosi con chiarezza nel momento in cui Pietro Toscano e Antonio Laurendi ritornarono in libertà.

L’assistenza della “famiglia”, venuta meno durante la carcerazione, aveva messo in crisi gli equilibri criminali dentro la cosca Labate. “Gli elementi oggi raccolti – si legge nelle carte dell’inchiesta – consentono agevolmente di affermare che, successivamente alla loro scarcerazione (nel 2009), si assiste ad un periodo di fibrillazione all’interno della cosca, dovuto ragionevolmente alla delusione di Pietro Toscano e Antonio Laurendi per la scarsa attenzione mostrata nei loro confronti durante la detenzione”.

Per gli investigatori dell’Arma tutto ciò “lungi dal rappresentare una interruzione dei rapporti con i Labate, ha al contrario segnato l’inizio di un nuovo assetto all’interno della cosca. La loro condanna per il reato associativo e la conseguente espiazione della pena, unitamente ad un evidente risentimento per la mancata assistenza carceraria, hanno consentito a Toscano e Laurendi di potere rivendicare, all’atto della scarcerazione, una posizione all’interno della cosca Labate di maggiore peso”.

Un peso criminale che, per i magistrati della Direzione distrettuale antimafia, aveva portato ad una ripartizione territoriale della zona di Gebbione interna alla stessa cosca Labate.

“Un equilibrio interno alla cosca – scrivono i magistrati reggini – che, ancora oggi, sembra soggetto ad evoluzione e sconta antichi dissapori dovuti anche alla violazione di una regola di ‘ndrangheta di primaria importanza, quale è appunto l’assistenza agli affiliati detenuti”. – [FONTE]
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