Conte tradito da Renzi e dai figli delle tenebre

20/02/2021 – “I figli delle tenebre sono, nel loro genere, più scaltri dei figli della luce”. Nella versione originale del Vangelo di Luca, non si parla di figli delle tenebre ma di “figli di questo mondo”, ma forse la versione rielaborata è più incisiva… Come spesso accade, le Sacre Scritture ci aiutano a capire il presente: in questo caso (citando, più laicamente, Massimo D’Alema) come può succedere che “il politico più popolare”, cioè #GiuseppeConte, sia stato messo in crisi dal “politico meno popolare”, cioè l’Innominabile, che ora potremmo anche ribattezzare, appunto, “figlio delle tenebre”?
Usando la sua stessa terminologia, potremmo dire che ora certe cifre lo faranno rosicare: quelle, tremende per un accanito frequentatore dei social come lui, che ci dicono che il messaggio di congedo di Giuseppe Conte su Facebook ha avuto oltre 11 milioni di contatti, mentre, sempre su Facebook, l’Innominabile raccatta non poche pernacchie. Insomma, se dall’analisi dei dati dei social si dovesse ricavare un’indicazione, nello scontro con Renzi, Conte avrebbe dovuto stravincere. Invece ha perso: perché?
Sotto altri aspetti, diversi dal gradimento popolare (che dovrebbe pur contare qualche cosa, e invece sembra di no), il duello era impari: #Renzi era appoggiato in modo spropositato dai media e dai poteri che stanno dietro ai media. Come e perché sia andata così lo spiega, meglio di qualsiasi analisi politica e dietrologica, il mirabile “Se fosse un giallo” di Maurizio de Giovanni pubblicato dal Fatto domenica. L’obiettivo era strappare dal controllo di Conte i 209 miliardi del Recovery Fund da lui guadagnati in Europa, a costo di diffondere la fake news che la preparazione del Recovery Plan non andava avanti.
Forte del fatto che Conte in genere non risponde alle provocazioni (e forse è anche questo che manda in bestia i suoi avversari: che gusto c’è a litigare con una persona educata?), e forte anche del fatto che ogni proposta sarebbe stata descritta dalla stampa come la madre di tutte le proposte, Renzi è andato avanti per settimane bloccando l’azione di governo con ricatti, minacce, richieste, che magari potevano avere un senso ma che sparate tutte insieme si annullavano a vicenda.

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Naturalmente Conte non è stato indotto alle dimissioni solo perché lui è educato e l’avversario è prepotente e scomposto. Anche l’ex premier ha commesso qualche errore: nella gestione dell’emergenza sanitaria, pur con tutte le attenuanti, le granitiche certezze della prima fase si sono un po’ indebolite e, a fronte di una situazione che invece di risolversi diveniva sempre più complessa e multiforme, c’è stata qualche indecisione. L’istituzione delle zone di vario colore ha finito per suscitare facili ironie (quasi come i banchi a rotelle): anzi, si è intensificato da parte delle opposizioni di vario tipo l’uso di frasi fatte, spesso ottusamente insultanti, sciorinate nelle interviste televisive, che, per il fatto stesso di essere state dette in tv, venivano “consacrate” come se fossero sensate: ci vuole un cambio di passo, governo incapace, se non hanno i numeri vadano a casa, e via via con varie gradazioni.
Dal punto di vista della comunicazione, forse le misure adottate avrebbero dovuto essere illustrate più in Parlamento che in conferenze-stampa dalla complessa liturgia: è vero che si trattava di decisioni suggerite dalla scienza e non dalla politica, ma non si può sottovalutare l’importanza, sia simbolica sia sostanziale, di certe sedi. Errori più gravi sono stati sottolineati anche da Rocco Casalino e da Andrea Scanzi durante Otto e Mezzo lunedì: la sottovalutazione del pericolo Renzi e la ricerca di “responsabili” per rimpiazzare Italia Viva nella maggioranza. Potrei aggiungere quell’ultima telefonata al Rignanese, che poi, con la finezza che gli è propria, l’ha esibita come uno scalpo, aggiungendo perfidamente che lui non aveva risposto.
Tutto ciò incrina però solo in minima parte l’idea che molti di noi si sono formata sul presidente uscente, e soprattutto sulla dignità dei momenti finali: la decisione di dimettersi, che ha un po’ spiazzato qualche osservatore ma che a quel punto era la cosa migliore da fare (anche per evitare a Bonafede di essere massacrato in aula, non per il suo progetto di riforma ma per aver osato abolire la prescrizione); la cortesia negli incontri con Draghi; soprattutto quel congedo fra gli applausi da Palazzo Chigi, in cui qualche cronista che si ritiene acuto ha voluto cogliere momenti di mestizia (comunque chi ironizza sulle mestizie altrui, come avrebbe detto Leonardo Sciascia, è un ominicchio o un quaquaraquà), mentre invece è stato un saluto sereno e sorridente. Ma il bello doveva ancora venire, con quel trionfo su Facebook, preludio forse di un qualche ritorno in scena, nemmeno fra troppo tempo. – (di Sergio Rinaldi Tufi – Il FQ 19 feb/21)
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