VIDEO ‘RUBATI’ DA TELECAMERE SORVEGLIANZA E VENDUTI SU TELEGRAM, 11 INDAGATI

11/06/2022 – Violavano attraverso la rete internet telecamere di sicurezza di abitazioni, studi medici, spogliatoi e palestre e rivendevano il materiale su canali Telegram con decine di migliaia di membri. Era questa l’attività messa in campo dal 2019 da due diverse organizzazioni attive in tutta Italia che non esitavano a riprendere e diffondere anche video di minori. La Polizia ha indagato per associazione a delinquere e accesso abusivo al sistema informatico 11 italiani di età compresa tra i 20 e i 56 anni. In attesa del vaglio del materiale informatico recuperato in 10 perquisizioni domiciliari, non è stato per il momento contestato anche il reato di pedopornografia.

Risultano invece latitanti due amministratori dei gruppi social, un ucraino scomparso prima dell’operazione della Polizia e un italiano probabilmente nascosto in Svizzera. Le due organizzazioni permettevano agli utenti di accedere ai canali pagando appena 20 euro, ma con pagamenti più elevati veniva offerta la possibilità di richiedere video particolari o addirittura di assistere a riprese in diretta. A carico di una delle due organizzazioni sono state riscontrate anche transazioni in criptovaluta per un valore totale di 50.000 euro.
Le indagini della Polizia di Stato, della Postale di Milano e del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma erano iniziate nel 2019 in seguito all’arresto di un italiano nell’ambito di un’operazione di contrasto al fenomeno della pedopornografia online in collaborazione con la Polizia Postale neozelandese. Dall’analisi della memoria Cloud del materiale sequestrato, l’uomo era infatti risultato membro di uno di questi gruppi dediti allo spionaggio e alla condivisione di immagini private. Il secondo gruppo è stato invece individuata in seguito alla querela di un socio di una piscina della Brianza. Le due organizzazioni agivano su tutto il paese (da Ragusa a Milano e da Sanremo a Treviso) e nel tentativo di mantenere l’anonimato utilizzavano per i loro scopi il social network “VKontakte” (VK, conosciuto come la versione russa di Facebook) e Telegram.

Qui poteva accedere chiunque spendendo solo 20 euro, una cifra che ha portato il canale ad avere decine di migliaia di utenti. Con maggiori spese, circa 2.000 persone erano entrate a far parte di un gruppo “Premium” dove venivano condivise le immagini acquisite. Per questa cerchia ristretta di utenti, gli inquirenti hanno tracciato pagamenti via Paypal per un totale di circa 20.000 euro. Solo poche centinaia invece accedevano al gruppo “Vip” dove potevano visualizzare anche riprese in diretta. Gli indagati, tutti di diversa estrazione sociale e non sempre con competenze digitali, avevano ruoli e compiti ben definiti: i più esperti in materia informatica scandagliavano la rete alla ricerca di impianti di videosorveglianza connessi ad internet e una volta individuati li facevano oggetto di veri e propri attacchi informatici. In questo modo erano in grado di scoprire le password degli NVR (ossia dei videoregistratori digitali a cui normalmente vengono collegate le telecamere di videosorveglianza) e di accedere ai relativi impianti.

Raccolte le credenziali di accesso, era compito di altri membri verificare la tipologia degli impianti, gli ambienti inquadrati e la qualità delle riprese, allo scopo di individuare telecamere che riprendessero luoghi particolarmente “intimi”, come bagni e camere da letto. L’obiettivo finale era infatti quello di carpire immagini che ritraessero le ignare vittime durante rapporti sessuali. Al termine della selezione, le credenziali di accesso venivano affidate ad altri sodali che, attraverso “vetrine” online create ad hoc, le mettevano in vendita sulla rete. Particolarmente ricercate con una certa morbosità erano le immagini di minori. Al momento si stimano almeno un centinaio di vittime. Mentre per un’organizzazione lo scopo era solo il profitto (sono state infatti rintracciate transazioni in criptovaluta per un totale di 50.000 euro), l’altra reinvestiva i proventi illeciti per acquisire strumenti tecnologici sempre più invasivi. Per quest’ultima è stato pertanto contestato anche il reato di associazione a delinquere. Inoltre sono state effettuate 10 perquisizioni domiciliari: gli agenti della Polizia Postale hanno sequestrato 10 smartphone, 3 workstation, 5 PC portatili, 12 hard disk e svariati spazi cloud, per una capacità di storage complessiva di oltre 50 Terabyte. Sono stati inoltre sequestrati tutti gli account social utilizzati dagli indagati. – [YOUTUBE]

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