Mario Monti: l’uomo che si ispirava ai falliti

Monti: ho votato Berlusconi nel ’94. Vero, e questa intervista dell’epoca lo conferma. Clamorosamente:

 

Anni fa, Monti invitava i leader ad ispirarsi al Presidente Carlos Menem e alle sue politiche liberiste, proprio quelle che hanno poi portato l’Argentina allo storico crac. Che lungimiranza.

Nella photo (Carlos Saúl Menem Akil) è un politico argentino. Fu Presidente dell’Argentina per due mandati dal 8 luglio 1989 al 10 dicembre 1999.

 Da tempo ho in animo di proporre, alla stampa, una moratoria sui professori di economia delle Università private. Non capisco infatti come mai nelle interviste e nelle ospitate in TV esistano solo docenti della Cattolica, della Bocconi e della Luiss. Non ci sono in Italia università pubbliche? Come mai a dettare l’agenda economica del Paese vengono convocati sono docenti del privato, mentre ai professori degli atenei pubblici si è da anni messo il bavaglio? Forse perché, tra loro, in pochi abbracciano il credo suicida liberista che invece è altrove abbondantemente finanziato? Chissà.

In fondo, non è un Mario senza loden quello di quasi vent’anni fa: «Se avviati subito, due anni di duro risanamento sarebbero meno costosi, economicamente e politicamente, che se fossero rimandati». Ma il passaggio iperrealista è un altro: «Il governo, alla sua nascita, aveva di fronte a sé due strade. Quella thatcheriana della politica aspra e dura, annunciata prima e poi seguita. E quella del consapevole “tradimento” delle promesse elettorali del presidente argentino Menem: eletto su una piattaforma peronista, ha poi capito che era nell’interesse del Paese fare una politica diversa, l’ha spiegato agli argentini, ha avuto in Cavallo un notevole ministro dell’economia e credo che oggi i suoi concittadini siano grati del “tradimento”». Chiaro, no?

LA STAMPA – Sabato 13 Agosto 1994
Monti: “Basta con i sorrisi adesso è l’ora dei sacrifici”

PROFESSOR Monti, l’inquietudine dei mercati è forte, la lira sprofonda nonostante l’intervento di Bankitalia. A chi parla di complotto contro la nostra moneta lei ha già risposto che la spiegazione è ahimè più grave e meno folcloristica. E’ sempre dello stesso parere, professore?
«Ma certo, soprattutto se per complotto si intende un disegno extra-economico portato avanti per ottenere un risultato politico, per indebolire il governo italiano. Semmai ci si trova di fronte ad autorevoli opinioni espresse nei mercati e nei bollettini delle principali banche d’investimento, tutte analisi che hanno un gran peso nel determinare i comportamenti degli operatori del mercato. Ma siamo nel campo dell’analisi economica e finanziaria, non del complotto politico».
Ammetterà che è una strana situazione: l’economia reale va meglio e la lira va a rotoli.
«C’è effettivamente una spaccatura, quasi un’incomunicabilità tra un’economia reale in progresso, un governo che proclama di essere favorevole al mercato, un mercato finanziario che dimostra sfiducia verso il governo».
Il ministro del Tesoro dice che all’estero si sbagliano a essere scettici sulle prospettive dell’economia italiana.
«Dini ha ragione quando sostiene che gli indicatori fondamentali reali sono buoni. Magari sarebbe più prudente, e più elegante, se il governo e non mi riferisco a Dini – non continuasse a dire che il miglioramento è già merito suo: può darsi che il clima di fiducia stabilito all’inizio abbia pesato ma queste cose dipendono soprattutto dalla congiuntura internazionale e un po’ anche dall’operato dei governi precedenti».
D’accordo. Ma come spiega il divario tra l’economia che va bene e la lira che va male senza ricorrere al complotto?
«Innanzi tutto il governo sta dando ai mercati una percezione di squadra poco efficiente e poco coesa. Poi c’è il fattore al quale i mercati danno grande importanza: i numeri pesantissimi della finanza pubblica. In questo campo, dopo la cura da 93 mila miliardi di Amato e il trattamento più sobrio e diluito di Ciampi, ci si aspettava dal nuovo governo provvedimenti molto forti».
Si aspettava più rigore?
«Speravo che Berlusconi dicesse agli italiani: dobbiamo rimediare a decenni di finanza sfasciata».
Invece?
«Invece è stato presentato un documento di programmazione economica che è un po’ la continuazione della linea cauta e graduale del governo Ciampi con qualcosa in meno: meno indicazioni precise sugli interventi da fare. Peggio, si è deciso di riparlare a settembre di pensioni, l’intervento più doloroso ma da tutti considerato indispensabile, e nel frattempo sono emerse posizioni che non lasciano prevedere un accordo facile. Mi sembra che tutto questo spieghi bene l’inquietudine. Poi c’è il moltiplicatore psicologico».
Il moltiplicatore psicologico?
«Noi commentatori, noi economisti soffiamo sul fuoco più di quanto abbiamo fatto in passato».
E’ quanto sostiene Berlusconi: abbiamo contro tutti, dice. Ecco il complotto?
«Ma no, tutto è spiegabile: semplicemente, prima l’opposizione non aveva grande peso nei mercati. A destra c’èra l’msi considerato fuori dal stema. A sinistra il pds, e prima il pci, la cui opinione aveva grande rilievo dal punto di vista sindacale ma non emozionava più di tanto i mercati per quanto riguardava la politica economica del governo. Oggi è diverso».
Diverso in che senso?
«Oggi all’opposizione c’è un centro politico molto ascoltato dal mercato finanziario. E c’è una sinistra che ha fatto tali passi verso l’economia di mercato da essere ritenuta in grado di esprimere pareri dall’interno del sistema».
Lei ha ammesso che voi economisti eravate in imbarazzo a criticare un governo come quello presieduto da Ciampi.
«Vero. Ricordo che nel luglio scorso, quando per primo osservai che in materia di finanza pubblica Ciampi aveva presentato un programma meno coraggioso di quello di Amato, fu per me un’intima sofferenza. Era mio dovere dirlo, per correttezza verso l’opinione pubblica. Ma mi dispiaceva davvero criticare l’opera di un governo composto da economisti autorevoli e presieduto da chi aveva retto per anni la Banca d’Italia. Oggi, la gran parte degli economisti e dei commentatori vede il governo Berlusconi come qualcosa di totalmente estraneo al proprio mondo culturale e ambientale, qualcosa che si critica senza remore, anzi con piacere. Sia ben chiaro, il governo offre effettivamente il fianco a molte critiche. Ma penso che dovremmo fare uno sforzo d’obbiettività, distribuire critiche dove la nostra coscienza di tecnici lo ritiene giusto, il meno possibile sulla base di pregiudizi politici e culturali».
Torniamo alla tempesta sulla lira, professore. C’è chi ha contestato l’opportunità di rialzare il tasso di sconto.
«Io concordo pienamente con la mossa di Fazio: con i mercati finanziari italiani nella situazione di questi giorni e nel momento in cui nel mondo torna a esserci qualche preoccupazione sull’inflazione, il governatore ha fatto bene. E poi va detto a chiare lettere che questo aumento ha un significato particolare perché è il primo deciso dal nuovo governatore dopo diversi ribassi. I mercati stavano a guardare se l’abilità dimostrata nel dosare le riduzioni, Fazio l’avrebbe avuta anche in un rialzo, operazione meno gradita al mondo politico e alle imprese».
Si continua con la politica monetaria al posto di quella economica, però.
«Non si può tornare alle peggiori politiche di qualche anno fa di Bankitalia, all’imposizione di Vincoli sul portafoglio delle banche o sui movimenti di capitale: lo impedisce il trattato di Maastricht. Se poi sarà necessaria una politica monetaria di tipo restrittivo non dipenderà dalla Banca d’Italia ma da quanto saprà fare il governo: se non lo farà, Bankitalia dovrà per forza intervenire».
Lei dice: i mercati si aspettano più rigore dal governo in materia di finanza pubblica. Converrà che non è facile per chi punta a un ampio consenso e bada ai sondaggi?
«Non sono un politico ma sono convinto che il governo troverebbe molta comprensione tra i cittadini se ci chiamasse a rimediare ai danni fatti da altri in passato. Se invece farà passare settimane e mesi e poi, costretto da una crisi ben più grave, chiederà grossi sacrifici, allora sì che la gente potrebbe dar colpa all’attuale governo».
Insomma, lei è convinto che sia stata una mossa sbagliata non aver usato i primi giorni di luna di miele per varare la parte più dura del programma economico?
«Non c’è dubbio».
C’erano le promesse elettorali…
«Il governo, alla sua nascita, aveva di fronte a sé due strade. Quella thatcheriana della politica aspra e dura, annunciata prima e poi seguita. E quella del consapevole “tradimento” delle promesse elettorali del presidente argentino Menem: eletto su una piattaforma peronista, ha poi capito che era nell’interesse del Paese fare una politica diversa, l’ha spiegato agli argentini, ha avuto in Cavallo un notevole ministro dell’economia e credo che oggi i suoi concittadini siano grati del “tradimento”».
E’ un suggerimento a Berlusconi per la finanziaria?
«Mi auguro che per la finanziaria ci sia un ravvedimento “operoso” e incisivo nella maggioranza. Se avviati subito, due anni di duro risanamento sarebbero meno costosi, economicamente e politicamente, che se fossero rimandati».
Facile a dirsi, difficile a farsi. «L’economia in ripresa rende meno pesante il risanamento sul piano economico e su quello politico la responsabilità ricadrebbe, come è giusto, sui governi del passato. E poi l’Europa sta riprendendo il cammino dell’integrazione: in due anni di duro risanamento l’Italia potrebbe davvero agganciarsi ed essere tra qualche anno un Paese forte. Forse nei sondaggi quotidiani dell’opinione pubblica queste cose non avranno peso. Ma non è da queste cose che dipende se un governo alla fine avrà successo o no e se una maggioranza sarà o no rieletta?».
Armando Zeni

Comments are closed.


Get Widget