Il mistero del deficit Italiano

Un mistero che preoccupa l’Istat e che nemmeno Bankitalia è riuscita a dipanare. Dei 20 miliardi di euro di debiti commerciali della Pa che saranno sbloccati – il decreto arriverà probabilmente la prossima settimana – per saldare il conto con le imprese, ben 7,9 si riferiscono a spese d’investimento. Gli altri 20 che via XX Settembre ha previsto di ripagare l’anno prossimo saranno interamente relativi alle spese correnti.

La questione è tecnica, ma di fondamentale importanza per un semplice motivo: quegli 8 miliardi di spese d’investimento corrispondono ad un aumento del deficit pari allo 0,5 per cento. Un incremento che lo avvicina pericolosamente (2,9%) alla soglia del 3% rispetto rispetto al Pil fissata da Maastricht, mettendo di fronte l’Italia a un serio rischio rimandare l’uscita della procedura per deficit eccessivo avviata dall’Ue nel 2009. E infatti Enrico Giovannini, presidente dell’Istituto nazionale di statistica, ha definito la mossa «un elemento di preoccupazione per l’uscita dalla procedura di deficit eccessivo».
Un timore condiviso da Daniele Franco, direttore centrale per la Ricerca economica e Relazioni internazionali della Banca d’Italia, nel corso di un’audizione parlamentare sul provvedimento del ministero dell’Economia: «L’impatto sull’indebitamento netto del pagamento dei debiti commerciali dipende dall’origine dei debiti stessi», si legge nel documento, che spiega: «Il pagamento accresce l’indebitamento netto solo per i debiti riguardanti spese per investimento (per le quali per calcolare il saldo si utilizzano le erogazioni di cassa). I pagamenti relativi a voci di parte corrente non incidono sull’indebitamento netto perché le relative spese di competenza sono state già contabilizzate ai fini del saldo negli anni scorsi», si legge nella relazione di Bankitalia. 
Traducendo: i debiti commerciali relativi a spesa corrente (come gli stipendi del pubblico impiego) sono contabilizzati secondo un criterio di “competenza” (la transazione viene registrata quando la prestazione ha luogo, non quando il pagamento viene effettuato) e quindi incrementano il deficit nell’anno in cui avviene la prestazione. Ad esempio, se un fornitore esegue un opera di manutenzione presso la pubblica amministrazione nel 2012, ma non viene pagato, il debito nei suoi confronti influenza comunque il deficit del 2012. Se questo debito sarà poi saldato nel 2015, e se lo Stato non ha cassa, allora dovrà emettere titoli di Stato per finanziare il pagamento, influenzando il debito.
I debiti commerciali relativi a spesa in conto capitale (cioè per gli investimenti), invece, sono contabilizzati secondo un criterio di “cassa” (la transazione viene registrata non quando la prestazione ha luogo, ma quando il pagamento viene effettuato) e quindi aumentano il deficit nell’anno in cui si ha il pagamento. Altro esempio: se un’azienda costruisce una strada per un Comune nel 2012, ma non viene pagata, il debito nei suoi confronti non risulta a bilancio fino a quando il pagamento sarà saldato. Anche in questo caso, se lo Stato non ha soldi dovrà indebitarsi sui mercati internazionali. 
Nella relazione odierna al Parlamento, Grilli ha dichiarato che: «L’operazione di rimborso dei debiti pregressi non è senza costi perché porta ad una maggiore spesa per interessi. Gli effetti diretti sulla spesa per interessi sono stimati nell’ordine dei 400 milioni di euro per il 2013 e di circa 1.400 milioni di euro per il 2014». Tuttavia, l’ottimismo per il miglioramento del quadro macroeconomico quest’anno e il prossimo induce il ministero a stimare una riduzione «della spesa per interessi pari a circa 5,4 miliardi nel 2013 e 6,6 nel 2014». 
Si vedrà. Certo è che i creditori devono essere particolarmente importanti per farci correre un rischio così grande. Capire chi sono, nel dettaglio, è impossibile. Così come risalire a quanto le amministrazioni locali sono indebitate: «Nel nostro Paese gli attuali sistemi contabili delle Amministrazioni pubbliche non permettono una rilevazione sistematica ed esaustiva dei debiti commerciali», si legge ancora nel documento di Palazzo Koch. Che stima in ben 90 miliardi, pari al 5,8% del Pil, il totale dei debiti commerciali delle amministrazioni pubbliche. Molto di più rispetto alle precedenti valutazioni, ferme a 71 miliardi di euro. Insomma, il decreto che arriverà è qualcosa, ma non basta. 
Sebbene, come detto, sia complicato conoscere i creditori privilegiati, guardando alla Relazione generale sulla situazione economica del Paese nel 2011 del ministero dell’Economia emerge un dato curioso: se le amministrazioni locali hanno ridotto del 4,5% la spesa per investimenti sul 2011 a quota 23 miliardi, «il Ministero della Difesa ha realizzato investimenti per 2,827 miliardi (44,0% della spesa dello Stato), con un aumento del 19,6% rispetto all’anno precedente». Spese che aumentano il deficit. 
Se persino il manuale contabile Sec95 dell’Eurostat ricorda che «per ragioni pratiche di misurazione, nel debito pubblico non si tiene attualmente conto degli altri conti passivi (AF.7, inclusi i crediti commerciali)», Bankitalia suggerisce il modello spagnolo, dove «a differenza dell’Italia, in Spagna anche le spese in conto capitale sono rilevate ai fini dell’indebitamento netto in termini di competenza». Madrid, nel 2012, è riuscita a ripagare 27 miliardi di arretrati nel 2012. Senza perdere tempo prezioso. 
Fonti: linkiesta.it

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