Nel suo video-intervento del 23 giugno 2026 alla festa del quotidiano La Verità, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto alla provocazione sull’appellativo di “Lady Tax”, sfidando apertamente le opposizioni: “Quando chiedi a questi signori quali tasse abbiamo aumentato non sanno rispondere, perché noi le tasse le abbiamo diminuite”.
Una dichiarazione d’impatto, pensata per i social, che però crolla sotto il peso dei dati ufficiali e dei bilanci dello Stato. Rispondere alla domanda della Premier non è solo possibile, ma è un esercizio matematico certificato dagli istituti di statistica.
I dati Istat: pressione fiscale ai massimi storici
Mentre la narrativa di governo parla di tasse tagliate, i dati macroeconomici reali dicono l’esatto contrario. La pressione fiscale in Italia nel 2025 ha toccato il 43,1% del PIL, segnando il valore più alto dal 2014. Si tratta di una crescita netta di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4% del 2024, che si traduce in un prelievo complessivo di circa 31 miliardi di euro in più rispetto a quando l’esecutivo si è insediato.
Davanti a questi numeri, la tesi difensiva secondo cui “la pressione sale solo perché c’è più occupazione” è un errore logico: quando aumenta il numero di lavoratori stabili, aumenta sia il gettito (numeratore) sia la ricchezza prodotta dal Paese (denominatore, il PIL), lasciando teoricamente l’indice stabile. Se la percentuale sale in questo modo, significa che il prelievo pro capite sulle tasche dei contribuenti è aumentato.
L’elenco delle tasse aumentate o ripristinate
Per rispondere nel merito a Giorgia Meloni, ecco la lista dettagliata dei provvedimenti e dei rincari che smentiscono lo slogan delle “tasse giù”:
- Cedolare secca e affitti brevi: L’aliquota per gli affitti brevi è stata innalzata dal 21% al 26% a partire dal secondo immobile concesso in locazione, restringendo sensibilmente il regime agevolato per i piccoli proprietari.
- Ritorno dell’IVA sulle bollette: Con la fine dello stato di emergenza energetica, il governo non ha prorogato lo sconto sull’IVA al 5% per le bollette del gas, facendola tornare alle aliquote ordinarie del 10% e 22%, con un rincaro automatico sui costi fissi di famiglie e imprese.
- Canone RAI: Dopo lo sconto temporaneo a 70 euro introdotto per il solo 2024, la tassa sulla televisione è tornata a 90 euro in bolletta.
- Accise sul Diesel: Il piano di riallineamento comporta un incremento del carico fiscale sul gasolio di circa 4,05 centesimi al litro, mascherato da un parziale taglio sulla benzina che garantisce comunque un saldo attivo e un maggiore gettito per le casse dello Stato.
- Tassa di soggiorno: È stata estesa la facoltà per i Comuni di ritoccare al rialzo i tetti massimi dell’imposta (fino a 10 euro nei grandi flussi turistici), scaricando l’esigenza di cassa degli enti locali sul settore ricettivo.
- Banche e Assicurazioni: Le misure introdotte su DTA (Deferred Tax Assets) e imposte di bollo sui contratti assicurativi non hanno configurato una vera tassa sugli extraprofitti, ma si sono tradotte in un anticipo di cassa forzoso per miliardi di euro che le compagnie tendono inevitabilmente a traslare sui costi indiretti delle polizze dei clienti.
La beffa del Fiscal Drag non restituito
Un altro capitolo riguarda il drenaggio fiscale (fiscal drag). A causa dell’inflazione galoppante degli ultimi anni, i salari nominali e i contratti collettivi hanno subito piccoli adeguamenti verso l’alto. Tuttavia, lasciando invariati gli scaglioni IRPEF per i redditi medio-alti (sopra i 35.000-50.000 euro), lo Stato ha spinto migliaia di contribuenti verso aliquote reali più elevate senza che a questo corrispondesse un reale aumento del potere d’acquisto.
Mentre per i redditi medio-bassi il taglio del cuneo ha parzialmente tamponato l’effetto inflazione, per il ceto medio la restituzione del fiscal drag non è mai avvenuta.
Dalle promesse alla realtà
Nel video del 23 giugno, la Premier rivendica una riduzione delle tasse che, alla prova dei fatti, si limita a interventi temporanei o mirati a specifiche categorie, ampiamente compensati da rincari indiretti, accise e scadenze di agevolazioni. Dire che “nessuno sa rispondere su quali tasse siano aumentate” non cancella i decreti firmati dal suo stesso esecutivo, né il record macroeconomico scritto nero su bianco dai report dell’Istat. I numeri, a differenza della propaganda, non accettano interpretazioni