La partita sulla nuova legge elettorale entra nella fase decisiva.
Dopo il via libera del Senato con 113 voti favorevoli, il cosiddetto “Stabilicum”, ribattezzato “Melonellum” dalle opposizioni, è tornato alla Camera. Il voto finale è previsto per giovedì 8 ottobre, dopo che il Governo ha posto la questione di fiducia sui primi articoli modificati a Palazzo Madama.
Il meccanismo è chiaro: sistema prevalentemente proporzionale, ma con un premio di 70 deputati e 35 senatori per la lista o coalizione che ottiene il risultato migliore e supera il 42% in entrambe le Camere. Se la soglia non viene raggiunta, si torna al proporzionale puro. Restano le soglie del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni.
La riforma prevede inoltre l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio al momento della presentazione della lista, un sistema che combina capilista bloccati e preferenze, e un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori per la maggioranza beneficiaria del premio.
Ed è proprio qui che nasce lo scontro politico.
PD, M5S, AVS e +Europa hanno presentato emendamenti comuni su alcuni punti, tra cui preferenze e parità di genere. Ma l’unità dell’opposizione si ferma davanti a questioni concrete.
Il caso più evidente è quello delle firme necessarie per le liste non già rappresentate in Parlamento: il testo porta il numero a 6.000 per collegio. Su questo PD, M5S, AVS e +Europa hanno cercato di modificare la norma, mentre Italia Viva non ha aderito agli emendamenti condivisi.
Dunque il paradosso è evidente: l’opposizione contesta alla maggioranza una legge che potrebbe incidere profondamente sugli equilibri della prossima legislatura, ma fatica a costruire una posizione realmente comune sulle regole con cui affrontare quella stessa competizione.
Nel frattempo il Governo ha scelto di blindare il percorso parlamentare con la fiducia. Le opposizioni parlano di uno «schiaffo al Parlamento» e accusano la maggioranza di voler evitare il rischio dei franchi tiratori; la maggioranza replica difendendo la riforma come uno strumento per garantire maggiore governabilità e chiarezza nella scelta politica.
La questione, quindi, non è soltanto “Melonellum sì o no”.
È capire quale equilibrio si vuole costruire tra rappresentanza e governabilità: quanto deve pesare il voto proporzionale, quanto deve contare il premio, quale spazio devono avere le preferenze e quali possibilità devono avere le forze politiche più piccole di presentarsi alle elezioni.
E soprattutto resta una domanda politica, non tecnica:
se l’opposizione vuole cambiare queste regole, riuscirà prima a trovare una regola comune per stare insieme?
Il voto della Camera dirà se lo Stabilicum diventerà definitivamente la nuova legge elettorale. Ma lo scontro sulle regole del gioco è già cominciato.