Il caso dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia ha squarciato un velo di silenzio su uno dei lati più bui e controversi della sanità campana. L’arresto dell’ex primaria di ginecologia, E. E. — accusata di aver manipolato la cartella clinica e persino il corpo di un neonato morto pur di coprire un errore medico — non è solo una cronaca giudiziaria shock. È lo specchio di un sistema in cui la sala parto, troppo spesso, smette di essere il luogo della nascita per diventare una catena di montaggio regolata da logiche di potere, convenienza e scudi legali.
Secondo la Procura, l’equipe medica avrebbe creato artificialmente a mani nude un nodo sul cordone ombelicale del piccolo appena deceduto. Un depistaggio agghiacciante per far passare una responsabilità del reparto come una fatalità imprevedibile. Un epilogo drammatico che, tuttavia, non sorprende chi quel reparto lo monitorava da tempo. “Sono circa 10 anni che denuncio questa ex direttrice”, ha dichiarato duramente il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Francesco Emilio Borrelli, sottolineando come l’avesse già segnalata in passato per casi simili e per i fitti rapporti con la criminalità locale, gli stessi che nel 2022 portarono allo scioglimento del comune stabiese.
Questo episodio estremo riaccende i riflettori su un malessere strutturale che i reparti di ostetricia si trascinano dietro da decenni: la tendenza a “governare” i parti a piacimento della struttura, anziché seguire i ritmi della natura. Per anni, la Campania ha detenuto il primato europeo dei parti cesarei, superando in molte strutture il 50 o 60% delle nascite. Dietro questa esplosione di interventi chirurgici non c’erano emergenze mediche, ma una precisa convenienza organizzativa ed economica. Programmare un cesareo significa svuotare le sale parto di notte e nei giorni festivi, concentrando le nascite in comode agende diurne. Significa anche, storicamente, incassare rimborsi regionali più alti rispetto a un lungo e imprevedibile parto naturale. Una gestione “aziendale” delle nascite, dove la prestazione programmata garantiva efficienza logistica e bilanci floridi.
Oggi i ministeri e le regioni penalizzano chi fa troppi cesarei, imponendo un ritorno al naturale. Ma in alcuni contesti, questa pressione ha esasperato la paura dell’errore. I medici, stretti tra i tagli e il terrore delle denunce legali, applicano la cosiddetta medicina difensiva. E quando la gestione fallisce e avviene la tragedia, il passo verso l’omertà diventa drammaticamente breve. A Castellammare, le denunce storiche di Borrelli e l’attuale inchiesta descrivono una gestione “dittatoriale” del reparto, dove il peso delle parentele e dei legami di camorra veniva usato come scudo per sentirsi intoccabili e imporre il silenzio.
Se un tempo il sistema piegava la medicina per programmare interventi facili e redditizi, oggi si è arrivati al punto di manipolare le prove per difendere l’immunità del reparto. Lo scandalo del San Leonardo dimostra che per restituire sicurezza e dignità alle madri non basta cambiare i numeri sui registri: bisogna scardinare una cultura medica che vede la nascita come una prestazione da controllare, anziché come un evento da proteggere