Se una inchiesta giornalistica dimostrasse oggi che i Black bloc e le frange violente che devastano le manifestazioni di piazza – come accaduto negli scontri di Bologna degli ultimi mesi – non sono frange autonome del dissenso, ma reparti infiltrati e manovrati direttamente da esponenti del governo, saremmo davanti alla più grave crisi costituzionale della storia repubblicana. Non un eccesso di polizia, non un abuso. Una regia.
Lo scenario è ipotetico ma va preso sul serio per comprenderne la portata. L’inchiesta immagina di aver raccolto chat criptate, ordini di servizio depistati, bonifici su conti di copertura e testimonianze incrociate di funzionari che confermano: i gruppi che per primi lanciano sampietrini, incendiano cassonetti e attaccano le forze dell’ordine in tenuta antisommossa sono composti da personale selezionato, coordinato da un livello politico che ha interesse a trasformare ogni manifestazione pacifica in un telegiornale di guerriglia urbana. L’obiettivo è duplice e cinico: da un lato delegittimare il dissenso sociale, dall’altro creare l’emergenza che giustifica una stretta legislativa sull’ordine pubblico.
È qui che il parallelismo con il G8 di Genova del 2001 diventa necessario, ma va rovesciato nel suo significato.
Genova fu lo spartiacque giudiziario sull’abuso di potere in Italia. Alla scuola Diaz, come accertato in via definitiva dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, avvenne una macelleria: 93 persone aggredite mentre dormivano, arresti falsi, prove inventate – le due molotov portate dal Reparto Mobile per giustificare l’irruzione. Fu depistaggio, fu falsità ideologica, fu lesioni gravi, fu violazione della Convenzione europea. Fu lo Stato che, dopo aver perso il controllo della piazza, cercò di riscrivere la notte con la violenza e con la menzogna.
Ma Genova, per quanto gravissimo, rimase nella categoria dell’eccesso reattivo e del depistaggio successivo. Lo Stato non creò i violenti per poi reprimerli. Li subì, li gestì male, poi cercò di coprire i propri crimini con altri crimini. La magistratura ha potuto isolare quel cancro, processarlo, condannare 25 tra dirigenti e agenti. Il sistema, pur ferito, ha mostrato anticorpi.
Lo scenario che ipotizziamo oggi è ontologicamente diverso. Non saremmo più davanti al depistaggio ex post, ma alla fabbricazione ex ante del disordine. Non l’agente che mette una molotov nello zaino dopo l’irruzione, ma il governo che mette i suoi uomini con il volto coperto in testa al corteo prima che parta. A Genova la violenza istituzionale fu una risposta illegale a una violenza di piazza reale o presunta. In questo scenario ipotetico, la violenza di piazza è essa stessa una emanazione istituzionale. È la differenza tra un chirurgo che sbaglia l’operazione e copre l’errore, e un chirurgo che infetta apposta il paziente per poi vendergli la cura.
Le conseguenze penali di una simile regia sarebbero devastanti e investirebbero l’intero codice.
Sul piano penale, non parleremmo più di abuso d’ufficio o di falso. Saremmo nel cuore dei delitti contro l’ordine costituzionale. L’articolo 276 e seguenti del Codice Penale, l’attentato contro i diritti politici del cittadino, l’articolo 287, usurpazione di potere politico, l’articolo 242, l’alto tradimento interno, perché chi usa apparati dello Stato per creare artificialmente un nemico interno tradisce il mandato costituzionale. Ogni singolo episodio di devastazione e saccheggio sarebbe riconducibile, a titolo di concorso morale e materiale, agli ideatori politici: i militanti infiltrati non sarebbero autori autonomi, ma strumenti. A ciò si aggiungerebbero associazione a delinquere finalizzata al compimento di delitti contro l’incolumità pubblica, istigazione a delinquere aggravata dall’abuso di funzione, procacciamento di disordini. E per i ministri coinvolti, l’articolo 96 della Costituzione, con giudizio davanti alla Corte Costituzionale per reati ministeriali.
Ma il penale sarebbe solo il primo livello.
Sul piano costituzionale, si aprirebbe una crisi senza precedenti. L’articolo 17 della Costituzione garantisce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Se è lo stesso esecutivo a rendere non pacifica una riunione pacifica per poi invocare l’articolo 17 al contrario, l’intero patto costituzionale salta. Il governo non sarebbe più l’organo deputato a garantire l’ordine pubblico, ma il produttore occulto del disordine pubblico. Verrebbe meno il principio di leale collaborazione tra poteri, verrebbe meno la fiducia che il Parlamento ripone nel governo quando approva decreti sicurezza, verrebbe meno la legittimità di ogni legge repressiva approvata sull’onda emotiva di quelle immagini. Ogni decreto, ogni Daspo urbano, ogni stretta sulle manifestazioni sarebbe viziato da un dolo originario. Sarebbe una frode legislativa.
Infine, l’impatto più duraturo e più corrosivo sarebbe quello sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Genova ha lasciato una cicatrice profonda perché ha insegnato a una generazione che la polizia poteva entrare in una scuola e picchiare a sangue. Ma ha anche insegnato che c’erano giudici a Berlino e a Strasburgo che chiamavano quelle cose con il loro nome: tortura. In questo scenario ipotetico, la lezione sarebbe opposta e nichilista: non puoi più distinguere chi protesta da chi reprime, perché chi reprime si è travestito da chi protesta. Il cittadino che scende in piazza per il clima, per la casa, per la Palestina, non saprebbe più se al suo fianco c’è un compagno di corteo o un agente provocatore mandato per farlo apparire come un criminale in televisione.
Quando lo Stato manovra i suoi Black bloc, non crea solo un capro espiatorio. Crea l’impossibilità stessa della piazza come spazio democratico. E una democrazia senza piazza non è più una democrazia che si difende. È una democrazia che si mette in scena.