Il dibattito sul nuovo Pacchetto Sicurezza promosso dall’esecutivo non è più soltanto uno scontro di numeri e commi in Parlamento, ma si è trasformato in un cortocircuito storico e democratico. L’ultimo scontro frontale tra la storica Michela Ponzani e la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, ha scoperchiato un’ipocrisia di fondo: l’introduzione di misure iper-repressive, del tutto inadatte al momento storico attuale, rischia di criminalizzare quel dissenso che in passato ha formato l’ossatura della stessa classe dirigente che oggi governa.
Il paradosso del 1973: quando la storia bussa a Palazzo Madama
La provocazione lanciata da Ponzani a Otto e mezzo tocca un nervo scoperto della Repubblica. Ricordando il “giovedì nero” di Milano del 12 aprile 1973 — una manifestazione neofascista non autorizzata in cui perse la vita il giovane agente Antonio Marino, colpito da una bomba a mano — la storica ha sollevato un quesito logico lineare: se all’epoca fosse stato in vigore il Ddl Sicurezza voluto oggi dal centrodestra, i partecipanti di quei cortei illegali, compreso un giovane Ignazio La Russa (all’epoca leader del Fronte della Gioventù), avrebbero subìto condanne penali devastanti, tali da precludere qualsiasi futura carriera istituzionale.
La replica del Presidente del Senato, culminata nell’annuncio di una querela, si è trincerata dietro la sacrosanta distinzione tra la presenza in piazza e la responsabilità penale individuale dell’atto violento. Ma è proprio qui che crolla il castello di carte del governo: la destra rivendica un approccio garantista e individualista per il proprio passato giovanile, mentre applica un principio di “responsabilità collettiva” e punizione preventiva per le piazze del presente.
Misure sproporzionate per un Paese che non è in emergenza
Le norme introdotte dal nuovo provvedimento — che criminalizzano i blocchi stradali pacifici, inaspriscono le pene per la resistenza passiva e introducono nuove fattispecie di reato per chiunque manifesti il proprio dissenso nelle carceri, nei Cpr o nelle strade — appaiono del tutto anacronistiche e sproporzionate.
L’Italia del 2026 non sta attraversando la stagione drammatica e sanguinosa degli “Anni di Piombo”. Le piazze contemporanee sono popolate da studenti, lavoratori, attivisti per il clima e cittadini che manifestano contro il caro-vita o le crisi aziendali. Trattare il disagio sociale ed economico odierno con gli strumenti della legislazione emergenziale significa confondere la protesta con l’eversione, applicando una cura autoritaria a un corpo sociale che chiede soltanto ascolto e tutele economiche.
Il rischio di una democrazia a sovranità limitata
Blindare il Paese con il pugno di ferro, introducendo reati di opinione mascherati da esigenze di ordine pubblico, produce un effetto raggelante sulla partecipazione democratica. Se manifestare pacificamente rischia di trasformarsi in un calvario giudiziario, il diritto costituzionale al dissenso viene svuotato dall’interno.
La storia italiana insegna che la violenza si contrasta isolando i singoli responsabili e garantendo la giustizia sociale, non trasformando lo Stato in un apparato di pura repressione. Chi oggi siede sugli scranni più alti delle istituzioni grazie alla tolleranza democratica del passato, dovrebbe ricordare che una democrazia forte non è quella che fa paura ai propri cittadini, ma quella che non ha paura del loro dissenso.